JENNIFER VANDERBES.
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UN GIORNO SAPRAI.
Parte 3.
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Titolo originale: Easter Island. 2003.
Traduzione di: Katia Bagnoli.
2004. Arnoldo Mondadori Editore, MILANO.
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Trascrizione elettronica rivista e resa disponibile dalla
            Fondazione Ezio Galiano
             http:\\www.galiano.it
      ad esclusivo uso dei privi della vista.
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UN GIORNO SAPRAI.
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CAPITOLO 19.
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Mentre Elsa torna verso l'accampamento incomincia a
piovere. La terra rossa si trasforma in fango sotto gli
zoccoli del suo pony. Lei raccoglie la gonna inzuppata
d'acqua e la usa per coprire la sacca e la kohau, lasciando
penzolare lungo i fianchi dell'animale le gambe nude.
Dalla bestia sale un calore dall'odore pungente. I
suoi stivali di cuoio diventano più scuri, le calze sono
picchiettate di macchie di fango schizzate dalla pioggia
battente. Mi dovrò asciugare, pensa. Riscaldarmi. E lavarmi.
Sì. Sono le prime necessità. E se il vento è forte
dovrà assicurare le casse e poi controllare i paletti delle
tende. E se ci sono perdite - quando ha controllato l'ultima
volta il tettuccio? - dovrà ripararle. Potrebbe essere
un temporale, pensa. Lo spera. Le gocce d'acqua affilate
come aghi, l'aria densa di brina, gli schizzi di fango,
sono distrazioni di cui ha bisogno.
Addio alle due signore Beazley...
Si asciuga l'acqua dalla faccia con una manica. Mentre
il pony arranca lungo il sentiero, Anakena si profila
all'orizzonte. Elsa smonta ai piedi della collina. Con
una mano conduce l'animale, con l'altra tiene il sacco e
la kohau avvolta nella gonna, cosicché è costretta a prendere
la salita camminando ingobbita sotto la pioggia.
L'accampamento è deserto.
In compenso ci vedo benissimo.
Elsa lega il pony e arranca giù per il pendio, cercando
rifugio nella tenda. La tela sembra rabbrividirle intorno.
Asciuga la kohau e il quaderno degli appunti. Accende
la lanterna e cerca di ricordare i doveri che l'aspettano:
Controlla se ci sono perdite, assicurati che i paletti siano a posto,
metti le casse al riparo. Due scarafaggi zampettano
veloci e lei li schiaccia con gli stivali.
Alza la lanterna verso il tettuccio di tela della tenda
appesantito dalla pioggia e cerca eventuali piccole lacerazioni
nella stoffa. È impossibile sentire il gocciolio di
una perdita con il frastuono della pioggia, pensa. Dovrà
controllarlo al tatto. Ma mentre sfiora con le dita le cuciture
scende il silenzio. Ha smesso di piovere. Esce dalla
tenda per vedere se il sole è riuscito a liberarsi dai brandelli
di nuvole grigie e siede sulla sabbia a guardare il
cielo che diventa più luminoso, in attesa che la pioggia riprenda.
In lontananza, attraverso la foschia, si vede il punto
dove avevano ancorato la goletta, al loro arrivo. Addio
alle due signore Beazley. È così che aveva gridato Kierney
dalla lancia. In compenso ci vedo benissimo.
Elsa ritorna alla tenda e siede sulla branda. Dall'altra
parte, appoggiata sopra una cordicella tesa, c'è la camicia
da notte di Edward. Rivede l'immagine di Alice
sdraiata sopra la forma dormiente di Edward e cerca di
allontanarla. Ha ancora del lavoro da sbrigare. Da sotto
la branda estrae la sua pila di quaderni di appunti e trova
quello con i dati sul rongorongo. Lo apre. In una tazza
trova la penna stilografica che il padre le regalò quando
si era ammalato. Il professor Beazley sembra molto affezionato
alla nostra cara Alice. Elsa appoggia con decisione il
pennino alla pagina:
Ritengo altamente probabile che il rongorongo sia una scrittura
bustrofedica e rovesciata. Linee che si leggono a direzioni
alternate. Occorre una conferma.
Appoggia la penna. È mai possibile che suo padre intendesse...?
No, l'idea è ridicola, troppo assurda. Un
professore che si innamora della figlia ritardata di un
collega! Lei deve essere malata. La fronte scotta. Rabbrividisce
sotto gli indumenti bagnati. O forse ha preso
qualcosa dai lebbrosi, una strana febbre che gioca brutti
scherzi alla mente, che le fa vedere cose spaventose. Si
protende in avanti e con mani incerte comincia a slacciare
i lacci bagnati degli stivali.
Dopotutto è una follia. Innamorarsi di una ragazza che
non gli è permesso di amare. Sposarne la sorella, la guardiana,
per poterle stare accanto. Allora significa che Elsa
si è veramente sacrificata per Alice. Se non avesse avuto
Alice da proteggere si sarebbe trovata un marito vero,
forse avrebbe trovato un modo per stare con Max. Non
sarebbe stata - la parola si forma davanti ai suoi occhi
nella tenda buia - imbrogliata. Era davvero possibile che
avesse dovuto rinunciare alla sua vita non tanto per proteggere
Alice quanto per appagare i desideri di Edward?
«Elsa!» E la voce di Edward che la chiama da fuori.
Un momento dopo, bagnato di pioggia, infila la testa
nell'apertura. Ha la barba grondante acqua. Sembra incerto.
Sta aspettando che lo sgridi, pensa Elsa. Aspetta
di vedere che cosa so.
«Alice è inzuppata. Puoi venire ad aiutarla?»
Aiutarla, pensa Elsa. Ma certo. Eccomi qua, sempre
pronta a dare una mano. Eccomi di nuovo nel mio ruolo
di governante. La governante che deve prendersi cura
della sorellina.
«Le verrà la polmonite.»
«Bene» comincia Elsa con inaspettato sarcasmo, «allora
dobbiamo spogliarla.» E hai paura di farlo personalmente,
pensa. Hai paura dell'effetto che ti farebbe.
Elsa afferra una coperta, se l'avvolge intorno alle
spalle, si infila un cappello e segue Edward. Nella tenda
Alice dà le spalle all'ingresso. La blusa bagnata e trasparente
le si è incollata al corpo, Elsa vede la curva della schiena.
«Qualcuno è andato a passeggio sotto la pioggia» dice.
«Mi domando chi possa aver commesso una simile
sciocchezza. Non può essere stata Allie, perché le è stato
detto mille volte di non andare in giro sotto il diluvio.»
Elsa le si avvicina e appoggia le mani sulle sue spalle.
Sotto le palme sente le ossa sottili inarcarsi delicatamente.
Sfiora le scapole. È strano: questo è il corpo che conosce
meglio. Meglio di quello di Edward, meglio del proprio.
È il corpo che le sue mani cercano sempre. Il corpo
che ha visto crescere, che è sempre stato suo dovere
proteggere. Desidererebbe lasciare le mani appoggiate
per sempre su quella pelle tiepida, affondate in quella
carne, e dimenticare il baratro di aria fredda che si è
aperto fra loro. Vorrebbe scivolare dentro quest'altro essere
e con un battito di palpebre poter dire: Alice sono io.
Invece comincia a fare l'unica cosa che sa fare: accudirla.
Slaccia il primo bottone della blusa.
«Vado a controllare l'attrezzatura» dice Edward scivolando fuori.
Una discrezione troppo palese.
«Allie.» Elsa avvicina le dita al mento di Alice.
«Guardami. Cosa succede?»
Alice si limita a ondeggiare.
«Dobbiamo liberarci di questi indumenti bagnati.»
Elsa continua a sbottonare la blusa, poi apre la gonna.
Nel grande baule trova un asciugamano pulito e lo strofina
sui capelli della sorella, intorno al collo e sulle braccia.
Quando Alice è asciutta e avvolta da una coperta
Elsa le si rannicchia davanti e le afferra le mani.
«È successo... qualcosa?»
Gli occhi di Alice, persi nel suo mondo interiore, riprendono
coscienza dall'ambiente, della presenza di Elsa.
«Con Beazley, intendo...»
Negli occhi della ragazza c'è un'improvvisa prontezza.
«Beazley non ti ama!»
La rabbia nella sua voce colpisce Elsa come un pugno,
facendola vacillare. Ma per istinto le sue dita raggiungono
in una carezza la guancia della sorella. «Allie.»
Alice sobbalza e la colpisce con uno schiaffo, poi le
affonda le unghie nel collo. «Ama Alice! Hai capito?» Nella
sua voce risuona una tristezza amara. «Ama Alice!»
Elsa siede al tavolo sulla spiaggia. Di fronte a lei
Edward, che ha asciugato ogni traccia di pioggia dal volto
ma non le gocce di sudore. Sulla pelle gli sono spuntate
delle chiazze rosse. Alice dorme nella sua tenda.
«Non sono malato» dice. «Ti prego di non guardarmi
così. Non sono un uomo malato.»
Elsa tace.
«Mi hai chiesto di avere cura di tua sorella e io ne ho
avuto cura. L'ho sorvegliata e l'ho accudita. Volevi che
la amassi e l'ho amata. Non ho mai... mai fatto niente...»
Estrae un fazzoletto dalla tasca e si asciuga la fronte.
«Lei fa la sciocchina, conosci i suoi trucchi. Baci e abbracci.
Giochi, Elsa. Nient'altro che giochi. Non devi
pensare che potrei fare qualcosa di inappropriato.»
In effetti Elsa crede alle sue parole, ma c'è qualcosa di
più grosso, qualcosa che non riesce a definire, che la disturba.
Lui appallottola il fazzoletto. «Ho sempre cercato di
essere una brava persona, Elsa. Non sono un uomo eccitante
né divertente né appassionato. Ma sono una brava
persona. Dopotutto questo tempo penso che tu lo sappia.
Ti prego di riconoscermelo.»
Elsa guarda verso il cielo, una cupola azzurro pallido
sopra di loro. Un brav'uomo. Sì, e allora? Vuole anche
essere consolato, adesso? Vuole che lei lo aiuti a sentirsi meglio?
Edward segue il suo sguardo. Alza gli occhi al cielo,
poi osserva l'erba, e infine li riporta su di lei.
«Elsa, non coltivo illusioni. È il vantaggio di essere
uno studioso perenne. Non sogno a occhi aperti e non
permetto ai desideri di ottenebrare la mia mente. Ammettiamo
almeno che tu non mi hai mai voluto sposare.
È stato chiaro fin dall'inizio. Se non avessi avuto Alice
di cui prenderti cura non mi avresti mai sposato.»
Elsa tende una mano, spalanca le dita e osserva il reticolo
di linee e solchi sulla pelle.
«Sono vecchio ma non sono sciocco, Elsa. So come la pensi. L'ho sempre saputo.»
Sì. Lei chiedeva tolleranza reciproca, gentilezza, nient'altro.
«Che cosa vorresti? Che ti chiedessi scusa? Perché Alice
mi sta a cuore proprio come chiedevi tu? Bene, mi rifiuto.
Tu non ci puoi controllare tutti. Non puoi dettare i
termini dell'esistenza di tre persone. Insisti perché lei mi
dimostri la stessa cortese indifferenza che mi dimostri
tu? Non puoi deciderlo per lei.» Si ferma, come per raccogliere
brandelli di pensieri. «Elsa, io non sono mai
stato amato. Lo so che tu sei affezionata a me, ma non sono
il genere di uomo di cui le donne si innamorano. Invece
Alice mi ama, è innamorata di me e mi rifiuto di sottovalutare
questo sentimento soltanto perché è diversa o
perché tu non hai preso in considerazione questa variabile,
quando hai fatto i tuoi piani. Come può l'affetto di
Alice intralciare la nostra relazione quando tu per prima
hai fatto in modo che tra noi non ci fosse niente fin dall'inizio...?
Mi stai ascoltando? Elsa?»
A Elsa tornano in mente le parole di suo padre, qualche
anno prima: Il vecchio Beazley ha sofferto la sua parte di
pene amorose. Sufficienti per spedirlo fin sul continente africano.
Pene così grandi da spingerlo a cercare conforto in
una ragazza incapace di fargli del male?
«Bene» dice Elsa. Sente le labbra rigide, la lingua gonfia.
Ogni parola pesa come una pietra. «Alice... dunque...
ti... ama.» Guarda la fronte corrugata di Edward, le
guance incavate. È come un uomo in attesa di ricevere
l'assoluzione. E lei dovrebbe assolverlo? Ancora una
volta ci si aspetta che lei si prenda cura di qualcuno? Come
sarebbe facile buttar tutto all'aria, allontanarsi da lui,
da Alice, da se stessa. In fondo, che cosa mai la vincola alla
bontà, all'amore o a qualsiasi altra cosa se non il desiderio
stesso di essere vincolata? I doveri non sono fatti,
sono sentimenti. Respira profondamente. Sembra così
terribile, così semplice. Si accorge che le sue labbra si
stanno piegando in un sorriso nervoso. «Ma Alice ha il cervello di una bambina.»
«Elsa...»
«Non può amarti. Davvero. Non devi ingannare te
stesso, Edward.»
«Hai sempre detto tu che capisce di più...»
«Deficienza, follia, stupidità. Chiamala come ti pare.
Non cambia la sostanza...»
«Elsa, ti prego...»
«Ma non capisci? Dopo tutto questo tempo? Con tutte
le tue lauree e i libri e i tuoi studi antropologici non
riesci a capire che cosa è veramente? Perché non studi
lei? Intervistala e vedi quale teoria riesci a ricavarne.
Non c'è nemmeno bisogno di viaggiare. È una maledetta
ricerca sul campo, Edward. Scrivi un volume di cinquecento
pagine con un bel glossario, ma la conclusione
sarà una sola...»
«Smettila.»
«Che è scema!» È la parola che ha sempre usato la gente. A ogni sillaba Elsa batte la mano sul tavolo. «Che è sce-ma!»
Edward si protende e l'afferra per le spalle. «Smettila Elsa. Smettila.»
Elsa si libera dalla presa, poi si accascia come senza
vita sul tavolo. Ha esaurito tutte le sue risorse.
Una lacrima scende lungo la linea affilata della guancia
di Edward fermandosi fra i peli della barba. Scuote
la testa come per liberarsene, ma ottiene soltanto l'effetto
di farne scendere un'altra. «Vuoi che provi vergogna?
Ti assicuro che niente che tu possa dire sarà peggio di
quello che ho detto a me stesso.» Abbassa gli occhi sul
tavolo. «Non ribatterò a nessuna delle accuse che vorrai
muovermi. Però non fare così. Non farlo a tua sorella.
Tu le vuoi bene, Elsa. Non ne ho mai dubitato, nemmeno
per un istante, ma» alza gli occhi per cercare i suoi,
«non credo che tu la capisca completamente.»
«Non capisco te.»
«Che cosa vuoi che ti dica? Posso dirti soltanto che la
realtà è questa. Nessuna discussione e nessuna spiegazione
potrebbero cambiare la realtà delle cose. Alice è
furibonda con te perché tu hai qualcosa che lei non ha.»
Alice, innamorata di lui. «No» dice.
«Forse volendole troppo bene non hai potuto immaginare
che cosa sente davvero, il dolore che prova.»
Elsa si strofina i graffi sul collo, e il sale sulle sue dita
risveglia il bruciore della ferita.
«Elsa, voglio che tu sappia che sono stato molto fermo,
con lei. Le ho detto che non posso essere suo marito.
Ma quando le dico questo lei risponde che ti odia.
Ovviamente non lo intende davvero, però ha un forte
senso di ciò che le manca. Vuole le cose che tu vuoi,
vuole le cose che tu hai. Elsa, la conosci fin da quando è
nata e pensi a lei come a una bambina, ma non è una
bambina. Una parte di lei è diventata donna. Una donna molto disperata.»
«Una donna? Io credo che tu ti sia lasciato ottenebrare dal desiderio.»
«Dici che capisce più di quel che sembra, lo sai che
capisce e tuttavia rifiuti di considerare il fatto che possa
comprendere anche qualcosa delle sue deficienze. Alice
sa di essere diversa. Nessun incoraggiamento o gentilezza
o amore le impedirà di riconoscere ciò che le è stato negato.»
«Negato?»
«Non è un'accusa.»
«Che cos'è, allora? Fin dal giorno in cui è nata, e lo
dico in senso letterale, è stata amata e accudita e protetta
e intrattenuta...»
«Vedi? Pensi a lei solo in termini di bisogni che tu sei
in grado di soddisfare. Ritieni che la sua felicità, la sua
buona salute e il suo benessere generale dipendano
completamente da te. So quali sacrifici hai fatto per lei.
Puoi operare tutte le scelte più giuste, sacrificarti all'infinito,
Elsa, tuttavia nessuno al mondo può provvedere
alla felicità o alla sicurezza di un'altra persona nel modo
in cui tu pensi di potervi provvedere. Soprattutto
con Alice. Avrà sempre desideri e tristezze che non potrai
né soddisfare né consolare. Hai permesso che il
ragazzino le volesse bene. Barattolo. Tu hai un marito, un
uomo che...»
«Allie vuole bene a Barattolo» dice Elsa, pur sapendo
che non è questo l'argomento della discussione.
«Voleva stare nella tenda con noi. Vuole un compagno.»
«Alice. Innamorata di te. Di chiunque. E gelosa di
me. Dopo tutto quello che ho fatto lei mi odia.»
«Non ti odia.»
«Ho fatto tutto questo» dice Elsa indicando Edward,
l'isola «per lei.»
«Lo so» risponde lui senza rabbia. «E... penso che lo
sappia anche lei.»
Elsa si rifiuta di crederlo. È troppo.
«Io ti amo, Elsa, indipendentemente da quello che
provi per me.»
Lei vorrebbe dire qualcosa di gentile, qualcosa che lo
facesse sentire meglio, ma non trova l'energia. Non sa
più che cosa prova per lui.
«Non posso stare sotto la stessa tenda con te» dice.
«Elsa, sei stata una buona compagna.»
Le verrebbe da dire che è stata una compagna comoda,
ma guarda i suoi occhi gonfi e si trattiene. Il veleno delle
parole già dette la soffoca.
Rimangono seduti in silenzio ascoltando l'eco della
conversazione sospesa sopra di loro. Infine Elsa si alza e
va all'altura vicino all'accampamento. Si sdraia sull'erba
e ascolta le onde che si frangono sulla riva. Chiude
gli occhi e cerca di rivedere se stessa prima dell'arrivo
in quest'isola, prima del matrimonio con Edward, prima
della morte del padre. Com'era, allora? Era davvero
gentile con Alice? È aggredita da molte immagini: in bicicletta
nei pomeriggi attraverso St Albans, seduta nello
studio del dottor Chapple, mentre passeggiano insieme
a Hyde Park, sotto la pioggia, il loro bacio al buio. Aveva
capito, Alice? E Alice... era più felice quando Elsa
non era ancora diventata la sua guardiana? Guardiana.
La parola la perseguita, tormenta i suoi ricordi. Sulla
faccia una brezza che porta il freddo della notte che si
avvicina. Lentamente il cielo si scurisce, il buio riempie come pece il limite dell'orizzonte.
«Elsa!»
L'indomani mattina Elsa è ancora sdraiata sulla collina.
Sa che Kasimiro la aspetta, ma è troppo stanca per
muoversi. Le sembra che siano passati mesi dalla sua
visita alla colonia dei lebbrosi, quando la traduzione di
una sola tavoletta l'aveva tanto eccitata. Com'era felice
sulla strada del ritorno, lungo la costa, con la kohau in
grembo. Adesso le sembra impossibile che una traduzione
potrebbe darle altrettanto piacere, che qualsiasi
cosa potrebbe darle piacere. Non riesce ad affrontare l'idea
di scendere all'accampamento e rivedere Alice, non ancora.
«Elsa!» grida Edward. Sente il tonfo dei suoi stivali,
l'ansimo del respiro mentre sale sulla collina.
«Ho bisogno di restare qua.» Ma lo sussurra soltanto
fra sé. I simboli del rongorongo le ondeggiano davanti
agli occhi chiusi come nuvole che si addensano e si dissolvono.
«Elsa». La voce è proprio sopra di lei.
«Ti prego. Arrivo subito. Voglio solo restare da sola ancora un po'.»
«Ti devi alzare.»
«Edward...»
«Dimmi che non sono impazzito. Devi vedere questo.»
Elsa apre gli occhi controvoglia. I simboli svaniscono, sostituiti dal cielo grigio, dall'erba. Non vorrebbe trovarsi dove si trova. Non le interessa la rondine di mare avvistata da Edward, l'incisione che ha trovato sul moai.
Non le interessano le sue scuse e i suoi rimpianti. Ha soltanto bisogno di solitudine, ma non ha la forza per contrastarlo. Il volto di lui, deformato dalla perplessità, è proprio sopra il suo.
«Devo essere completamente impazzito» dice.
«Sì.»
«Ti prego, Elsa. Alzati.»
Elsa sospira. «Va bene. Cosa c'è?»
«Ti prego di dirmi se le vedi anche tu.» Edward indica verso l'oceano.
Elsa si appoggia sui gomiti e guarda il mare. Una flotta di navi da guerra, si direbbe, sta procedendo a tutto vapore verso l'isola.
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CAPITOLO 20.
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La Sociedad de Arqueologia de América del Sur aveva
fatto sapere che in ottobre sull'isola si sarebbe tenuto un
piccolo convegno in cui ognuno dei quattro ricercatori
avrebbe presentato il proprio lavoro ai colleghi e agli
eventuali isolani o turisti che desiderassero partecipare.
A coordinare il convegno, la SAAS aveva mandato Isabel
Nosticio, un'argentina di mezza età priva di senso dell'umorismo
ma seducente, con folti capelli neri che le
arrivavano alla vita e sempre vestita di rosa, abbondantemente
truccata. Alla fine delle conversazioni, sia che
stesse mangiando l'antipasto o fosse davanti alle lavagne
luminose, si rimetteva il rossetto. «Ricordate» diceva
leccandosi le labbra, «il nostro lavoro è nell'interesse
della comunità indigena.» Il suo compito principale era
di assicurarsi che gli eccentrici ricercatori che vagavano
per gli spazi della SAAS riuscissero a far apparire la
Sociedad efficiente e generosa e, in definitiva, prò Rapa
Nui. Sull'onda di una petizione presentata dagli isolani
al Cile per reclamare la terra intorno ad Hanga Roa, fu
presto chiaro che il convegno era stato pensato come un atto di pacificazione.
Mahina però non si lasciava impressionare. «Ti chiedono
di raccontarci del tuo lavoro, il lavoro che sono loro
a decidere per l'isola, così noi non possiamo lamentarci del loro governo. Pasto!»
Greer stava facendo colazione in sala da pranzo.
«Mi dispiace» disse. Sorseggiando il tè si rivolse a
Mahina seduta al tavolo vicino con un bicchierone di
succo di albicocca. Mangiavano insieme tutte le mattine
al levar del sole, dato che Greer era la più mattiniera degli
ospiti. Mahina andava a prendere le uova in cortile,
coglieva la frutta dagli alberi. Poi Greer sentiva provenire
dalla cucina il rumore dei gusci rotti, i colpi ritmici
del coltello che tagliava una guaiava in quattro. Tutto le
faceva pensare che Mahina sarebbe stata proprio un'ottima
scienziata. La sua vita era regolata dalla precisione e dal metodo.
«È la nostra isola» disse Mahina che, per qualche rigoroso
senso dei limiti professionali si rifiutava sempre
di sedersi al tavolo di Greer. Così parlavano attraverso
lo spazio che le separava come due viaggiatrici solitarie.
Negli ultimi mesi Greer aveva appreso che Mahina
aveva aperto il residencial sei anni prima, quando erano
iniziati i voli della Lan Chile. In precedenza insegnava
la lingua rapa nui ai bambini dell'isola; a volte, in strada,
se stavano camminando insieme, un ragazzino le si
avvicinava con grande deferenza e Greer capiva che si
trattava di un suo ex alunno. Era sicura che Mahina fosse
stata una maestra esigente ma capace di suscitare
l'interesse della classe. La sua conoscenza del folklore
dell'isola era enciclopedica, e prendeva molto sul serio
la sua responsabilità di depositaria della storia orale;
chiese perfino a Greer di trascrivere le leggende che le
raccontava, poi le rileggeva per controllare che fosse
tutto corretto. Nelle ultime settimane, messe in agitazione
dalle recenti notizie arrivate sul golpe militare in
Cile, avevano parlato spesso di politica, preoccupate
per l'effetto che il nuovo regime avrebbe avuto sull'isola.
La solidarietà di Greer per la difficile situazione di
Rapa Nui cresceva di giorno in giorno, ma sapeva che
non c'era molto da fare. Il Cile, a prescindere da chi lo
governava, era troppo grande e potente, e Rapa Nui
troppo piccola per esistere da sola. Una volta all'anno la
nave che portava i rifornimenti ritirava dall'isola la lana
delle pecore dell'allevamento cileno. Se il Cile non avesse
avuto la lana da ritirare avrebbe mandato ancora la
nave? In caso contrario chi avrebbe rifornito l'isola di
cemento, mobili e generi alimentari? Le conversazioni
delle due donne tuttavia non riguardavano gli aspetti
pratici della questione bensì l'idealismo politico e il diritto
di vivere liberi. Parlare di logistica, pensò Greer,
sarebbe suonato offensivo.
«È un'ingiustizia» disse Greer.
«Voi non avete questi problemi» disse Mahina. «In America.»
«Oh, sì» rispose Greer tagliando la sua omelette. «Un
sacco. Tanto tempo fa abbiamo lottato contro gli inglesi
per conquistare l'indipendenza. Almeno allora la situazione
era chiara. Adesso abbiamo problemi più complicati.
La cosa strana è che negli Stati Uniti la parola "rivoluzionario"
ha una connotazione davvero negativa.
Ma noi eravamo rivoluzionari.»
«Con-no-ta-zio-ne?»
«Un senso. Una sfumatura.»
«Una traccia?»
«Più o meno» disse Greer. Mahina scrisse la parola sul blocco che aveva accanto; si scambiavano parole nuove ogni mattina. Dall'inglese in rapa nui, dal rapa nui in inglese.
«Con-no-ta-zio-ne» sillabò Greer. «È una bella parola. Ma ti assicuro che puoi attraversare tutti gli Stati Uniti senza doverla mai usare.»
«Mi piacerebbe viaggiare!» disse Mahina, animandosi all'improvviso. «Mi piacerebbe avere soldi per andare da qualche parte. Qui viene gente da tutto il mondo.
Germania, Australia e New Jersey. Sono fortunata a conoscere gente così diversa. Sono...» Mahina la guardò e pronunciò lentamente una delle nuove parole imparate «privilegiata.» Greer annuì. «Dio è buono con me. Però vorrei andare da qualche parte.»
«Che ne dici di Santiago? Potresti andare a Santiago.»
«I soldi sono problema» disse Mahina. «Ho i vecchi libri inglesi. Posso venderli, sì?»
«Dipende da che libri sono. C'è un mercato per quelli antichi. Potrei cercarti un antiquario negli Stati Uniti.»
«Sì, ma io non posso partire. Devo aspettare ritorno di Raphael.»
«Raphael?»
«Mio marito.»
«Marito!» Nei cinque mesi della sua permanenza lì era la prima volta che Greer la sentiva parlare di un marito.
«Quando ti sei sposata?»
«Oh, trinta y cinco...»
«Trentacinque?»
«Trentacinque anni fa. Sabato.»
«Ma lui dov'è?»
«Tahiti.»
«Tornerà per il vostro anniversario?»
«Io spero» rispose Mahina annuendo con grande impeto.
«Ha detto che se Tahiti bella come dicono viene a prendermi per portarmi là.»
«È il tuo esploratore, insomma.»
«Sì, sì» disse Mahina guardando fuori della finestra.
Il sole le illuminava il viso e lei chiuse gli occhi.
«E il residencial? La tua casa? Lasci tutto per Tahiti?»
Mahina scrollò le spalle e aprì gli occhi. «Basta parlare di lui.» Mise forchetta e coltello sul piatto vuoto e strofinò la tovaglia con il tovagliolo.
«Devo dirtelo» riprese Greer. «Credo che Ramon abbia un debole per te. Una cotta.»
«Cotta?
«Un interesse romantico. Un interesse d'amore. Ti guarda sempre.»
Mahina scosse la testa. «Ramon è fratello di mio marito.»
«Questo non significa che non possa pensare a te.»
«Ramon?»
«Sì, Ramon. Non lo hai notato?»
Mahina sbuffò. «E tu, doctora? Anche tu hai cotta, credo. Amor per la doctora, no?»
«Io?»
«Io? La doctora fa l'ingenua! Vicente, doctora. Lascia sempre libri, biglietti, qualcosina per te.»
«È solo un collega che cerca di rendersi utile.»
«Tu non sposata. Cosa c'è di male? Non ti piace? Lo trovi troppo basso?» Mahina scrollò le spalle. «Gli uomini cileni minuti, è vero. Non come uomini di Rapa Nui.»
«No, Mahina, non è un problema di statura.» Era più alto di Mahina e di lei. Comunque rise, divertita dall'ipotesi che - dopo mesi di analisi dei suoi sentimenti per Vicente e dopo essere giunta alla conclusione di non provare per lui nessuna attrazione - la ragione del suo rifiuto di farsi coinvolgere fosse una questione semplice e definibile come la statura.
«Però sono stata sposata.»
Mahina inclinò la testa. «Tuo marito dove è? Ti ha lasciato?»
«È morto. Dieci mesi fa. Per un attacco di cuore.»
«Oh, mia cara doctora.» Mahina si alzò dalla sedia e le si avvicinò alle spalle. «Molto triste.» Le scostò i capelli e le massaggiò le spalle, poi le appoggiò il mento sulla testa, avvolgendola con un dolce profumo di gardenia.
Greer sentì che le si chiudevano gli occhi. Non si era aspettata di trovare un tale conforto... dalla sua ammissione, dalla solidarietà di Mahina, da un semplice contatto.
«Grazie» disse.
«Doctora» disse Mahina. «Mai sentirti sola.»
Quello che Mahina aveva detto su Vicente era la verità, passava spesso con dei libri, riviste e articoli. Aveva fornito a Greer tutto il materiale di lettura di cui avrebbe potuto avere bisogno. Alle cene settimanali, o passando al laboratorio, l'aggiornava su come procedeva lo studio del rongorongo e sulle indagini in Germania. Ormai lei conosceva persino le sue abitudini quotidiane.
Al mattino andava a fare flessioni sulla costa, le notti in
cui arrivava il volo della Lan Chile leggeva il giornale
vicino alla caleta con Mario e Petero, si scambiavano le
pagine e si dividevano una bottiglia di pisco. Greer in
realtà conosceva le abitudini di tutti. Ramon si occupava
del suo orto ogni mattina dopo il tè; gli piaceva molto
potare le piante di avocado e di guaiava, togliere i
fiori appassiti e camminare lentamente fra i cespugli di
manioca. Quando passava davanti all'Espiritu Greer
sentiva Sven cantare sotto la doccia. L'isola offriva l'intimità
di un paesino. Dopo cinque mesi tutti sapevano
dove andava Greer e quando. Due volte la settimana
comperava generi alimentari da Mario, l'uomo dai capelli
rossi conosciuto il primo giorno. Una volta la settimana
si recava al correo a spedire le sue richieste per la
ricerca. Trovava conforto in quei ritmi, nell'intricata rete
di saluti che faceva da sfondo al suo lavoro quotidiano al laboratorio.
La notte, dopo aver cenato al residencial, a volte si
tratteneva con gli altri ospiti ad ascoltare i racconti di
Mahina, o i suoi consigli sui percorsi turistici. Ma di solito
tornava in camera sua, faceva una lunga doccia e si
metteva a letto con un libro. Adesso stava leggendo il
giornale di bordo del capitano Cook. Aveva gettato l'ancora
al largo della costa nel 1774, circa cinquant'anni dopo Roggeveen.
... Mentre il capitano si avvicinava alla riva con la barca,
uno degli indigeni nuotò nella sua direzione e insistette per
salire a bordo della nave, dove rimase due notti e un giorno.
La prima cosa che fece dopo essere salito a bordo fu misurare
la lunghezza della nave, scandagliandola dal coronamento alla
poppa; e mentre contava i bracci, noi notammo che chiamava
i numeri come fanno a Otaheite; ciononostante, il suo linguaggio
era totalmente incomprensibile per noi tutti...
Prima di partire dall'Inghilterra ero stato informato che
nel 1769 una nave spagnola aveva visitato l'isola. Se ne vedevano
i segni fra la gente; un uomo indossava un bel cappello
europeo a larga tesa, un altro portava una giacca con cappuccio
e un altro ancora un fazzoletto di seta rossa.
Greer depose il libro e guardò la tenda gonfiarsi alla
brezza. Guardò il comodino di vimini, la scrivania di
mogano, il quadretto della Vergine Maria sopra la sua
testa. Non si trattava solo dell'ecosistema, anche gli oggetti
soffrivano dell'isolamento dell'isola. Le cose non
scomparivano, cambiavano di mano. Ogni oggetto che
si trovava nella sua stanza sarebbe rimasto sull'isola. Il
fazzoletto di seta rossa e la giacca con il cappuccio, pensò,
si trovavano probabilmente in fondo all'armadio di qualcuno.
Sembra anche che sappiano cos'è un moschetto e ne abbiano
molto timore. Ma probabilmente questo l'hanno appreso
da Roggeveen, che, se dobbiamo dar credito agli autori di quel
viaggio, lasciò tracce sufficienti.
... Quasi tutto il territorio aveva un aspetto arido, essendo
di argilla dura e secca, e ovunque coperto di sassi...
Sul lato orientale, vicino al mare... tre piattaforme per la
lavorazione della pietra, o meglio le loro rovine. Su ognuna
c'erano quattro grandi statue; da due piattaforme erano cadute
tutte e dalla terza ne era caduta una; nella caduta tutte
tranne una si erano rotte e in qualche misura sfregiate...
Greer lo aveva già notato. Quasi tutti i moai erano
crollati entro il 1774. Eppure Roggeveen li aveva visti in
piedi. Perciò le statue dovevano essere cadute fra la sua
visita e quella di Cook, cioè fra il 1722 e il 1774. Se era
stata una calamità naturale ad abbattere i moai, non si
trattava comunque della stessa che aveva cancellato flora
e fauna, perché Roggeveen aveva già osservato che si
trattava di un'isola molto arida. Che cosa era stato, allora?
Una calamità di quella portata certo sarebbe entrata
nella storia orale dell'isola, invece nessuno sembrava
conservarne memoria. Che fossero stati gli stessi isolani
ad abbattere le statue? Dopo aver dedicato sforzi secolari
a costruirle e trasportarle? Nel corso della storia
molti monumenti erano stati distrutti - chiese incendiate,
idoli frantumati, ritratti sfigurati - ma si trattava di
violenze inflitte da nemici e invasori, o da un nuovo regime.
Gli europei non avevano toccato i moai. Mahina
aveva parlato di due tribù rivali: le "orecchie corte" e le
"orecchie lunghe". Possibile che una avesse sgominato
l'altra? Gli studiosi facevano continue congetture sulla
costruzione delle statue, stupiti che un popolo primitivo
potesse erigere e trasportare idoli tanto imponenti.
Ma come poteva un popolo, qualsiasi popolo, permettere
che cadessero? Questa era la domanda più interessante.
Greer continuò:
Non si sono viste più di tre o quattro canoe in tutta l'isola,
imbarcazioni molto strette costruite con parecchi pezzi tenuti
insieme da piccole funi. Sono lunghe circa diciotto o venti
piedi, hanno prua e poppa intagliate e leggermente rialzate,
sono molto strette e provviste di bilancieri. Possono trasportare
quattro persone a pieno carico e non sono assolutamente
adatte alla navigazione in acque alte...
Durante tutta questa escursione, nonché in quella fatta il
giorno precedente, sono stati visti soltanto due o tre arbusti.
La foglia e il seme di quello che gli indigeni chiamano "torromedo"
non sono molto diversi da quelli della comune veccia,
ma il baccello, per dimensione e forma, è più simile a quello
del tamarindo. I semi hanno uno sgradevole sapore amaro; e
gli indigeni, quando hanno visto i nostri masticarli, hanno
fatto segno di sputarli; dal che si è concluso che li ritengono
velenosi. Il legno è di un colore rossastro, piuttosto duro e pesante;
ma il fusto della pianta è basso e ritorto, non supera i
sei o sette piedi di altezza. Nell'estremità sudoccidentale dell'isola
si è trovato un altro piccolo arbusto il cui legno è bianco
e fragile, come la sua foglia, che assomiglia al frassino. In
alcuni punti cresce una specie di ortica che non supera i due
piedi e mezzo al massimo d'altezza. Non sono stati avvistati
animali di alcuna specie, tranne qualche uccello, niente che
possa indurre le navi che non siano in situazioni di estrema
necessità ad approdare sull'isola...
Di nuovo, Greer notò che avevano rilevato la presenza
del toromiro, una specie di ortica probabilmente imparentata
con il gelso polinesiano usato per la tapa, un
tipo di stoffa ricavato direttamente dalla corteccia. I
suoi pensieri furono interrotti da voci provenienti dal
cortile. La donna parlava spagnolo e Greer riusciva a
malapena a capirla, ma era quasi certa che si trattasse di
Isabel Nosticio. Alloggiava da Mahina e sembrava che
uscisse tutte le sere. Greer prese dal comodino un fazzolettino
di carta dal quale strappò due pezzetti che attorcigliò
in piccoli coni e si infilò nelle orecchie.
Nessuna nazione si batterà per l'onore di aver scoperto
quest'isola, dato che non esistono al mondo luoghi che offrano
meno vantaggi al navigatore. Qui non esistono ancoraggi sicuri
né legname per combustibile né acqua fresca che valga la
pena di portare a bordo. La natura è stata estremamente parca
nel dispensare i suoi favori a quest'isola.
Greer mise un segno a quell'ultima pagina e chiuse il
libro. Stava pensando all'ammiraglio von Spee, che come
previsto era diventato la nuova fissazione di Vicente,
e per il momento il rongorongo era stato accantonato.
Vicente sembrava un uomo costantemente alla ricerca
di ossessioni - mongolfiere, crittografia, storia militare
tedesca - appetiti mai saziati fino in fondo. Per ora lo
squadrone di von Spee lo eccitava molto e lui ne parlava
talmente spesso, chiedendosi che cosa avessero portato
con sé fuggendo dall'isola, da avere acceso anche la
fantasia di Greer. Una flotta di navi da guerra ancorata
al largo, decine di ufficiali tedeschi che vagavano fra i
moai. Ma la domanda che aveva in mente scivolando
nel sonno era: se i naviganti la trovavano così inospitale,
perché i tedeschi si erano fermati proprio lì?
La sera dopo, alla cena della SAAS davanti all'Hotel
Espiritu, Greer mostrò a Vicente il brano di Cook. «Ti
capisco, Vicente. Se solo ci pensi, perché qualcuno
dovrebbe venire qui per approvvigionare la flotta? Di
quanti uomini stiamo parlando?»
«Duemila» rispose lui.
«Non avrebbero potuto scegliere un posto peggiore.»
Vicente sorrise. «A meno che non desiderassero approvvigionarsi
di qualcosa di diverso dal carbone e dal
cibo.»
«O che volessero nascondersi» si intromise Sven. «Se
non l'avete notato, ci troviamo piuttosto fuori mano.
Potrebbe tornare comodo a una flotta in fuga dal mondo
intero.»
«Lo vedremo presto» disse Vicente con calma. «Sto
aspettando delle prove, dei documenti che dimostreranno
dove sono finite le tavolette.» Era la replica abituale
di Vicente. Una cosa davvero straordinaria, la sua
mancanza di dubbi.
Eppure Greer concordava con lui. «Ma pensateci.
L'ammiraglio von Spee era un uomo di mondo. Un naturalista.
Ha scritto della flora e della fauna dei posti
dove aveva viaggiato. Possibile che non abbia letto il
giornale di bordo del capitano Cook? Era certo preparato
per tutte le evenienze. Non può aver gettato l'ancora
qui per un improvviso capriccio.»
«Greer, non dovresti alimentare la frenesia di Vicente
in questo modo» disse Sven. «Tu lo assecondi.»
«Si dà il caso che lei abbia ragione» replicò Vicente.
«Von Spee venne qui per una sola ragione: il rongorongo.»
«Come te» ribatté Sven ridendo. «Ma chiaramente
questo non significa niente.»
«Va bene. Nuovo argomento» annunciò Greer. Era
così che andavano le cene settimanali. A ognuno era
concesso parlare di lavoro per cinque minuti, altrimenti
sarebbero rimasti seduti a discutere per ore.
«E i campioni misteriosi?» chiese Vicente.
«Rimangono misteriosi» disse Greer. «Come la settimana
passata. Come la settimana prima di quella passata.
Contare granuli di polline è un procedimento lento
e noioso. Vi risparmio i dettagli.» Greer spruzzò il sale e
il pepe sul pollo, poi prese l'ultimo preparato di Sven
per condire: salsa di mango e coriandolo. Ormai da mesi
mangiavano tutti i giorni lo stesso pasto a base di pollo,
e qualsiasi nuovo sapore, anche se strano, era un
cambiamento gradito. Intinse una forchettata di pollo
nella salsa. Era zuccherosa, con una traccia speziata.
«Non male, Sven.»
«Quello di cui abbiamo veramente bisogno è un bel
piatto di gravlax e qualche patata Hasselback.»
«Bene, allora, il convegno» disse Vicente. «La senorita
Nosticio mi ha chiesto di essere il primo a fare la presentazione
e vorrei essere sicuro che tutti voi siate d'accordo
su questo.»
«Credi davvero che verrà qualcuno?» chiese Sven.
«Già mi vedo lì in piedi che ciancio del mio lavoro davanti
a voi tre.»
«Proprio come alle nostre cene» disse Greer.
«Touché.»
«Scherzavo.» Ma lei si augurava che ci fosse gente. Le
piaceva l'idea di partecipare a un vero convegno.
«Qualcuno verrà, Sven. Mario e Petero, e di sicuro
anche Mahina. E altri. Ma prima: siamo d'accordo sul
fatto che sia io a cominciare?» Proprio mentre stabilivano
l'ordine degli interventi - Vicente, Sven, Burke-Jones,
Greer - passò Luka Tepano. Greer lo vedeva spesso
davanti alla casa di Mahina o all'Espiritu, che camminava
con aria pensierosa. A volte, se di sera andava alla
auleta a guardare l'oceano, lo trovava seduto sugli scogli.
Adesso teneva in mano un mazzo di margherite.
«È il mazzo più triste che abbia mai visto» disse Sven.
«Nessuna donna al mondo ne rimarrebbe colpita. Persino
le donne delle caverne hanno standard estetici.»
«È il pensiero che conta» disse Vicente. «Per le donne
conta il pensiero.»
Tutti si voltarono verso Greer.
«Parlando a nome di tutte le donne: assolutamente sì.»
«Be', anche per gli uomini vale la stessa cosa» disse
Vicente. «Per chiunque. È il pensiero.»
«Eccellente recupero, Vicente.» Sven sorrise. «Avresti
dovuto fare il diplomatico.»
«Si offrono fiori perché sono belli. Tutto qui. Significano
bellezza. Perché gli artisti dipingono i fiori? Perché
sono belli. Ho ragione, Greer?»
«Non saprei dire.»
«A questo punto, l'esperta di fiori non può certo stare
in silenzio.»
«Sono una botanica, Sven. Una palinologa. Lo capisci
o no che non faccio la fioraia?»
«Sì, va bene, ma la scienza richiede troppi termini
tecnici noiosi» disse lui. «Forza, di' qualcosa. Una piccola
opinione floreale per farci tirare avanti.»
«D'accordo. Secondo me l'unica artista che è stata capace
di dipingere i fiori è Georgia O'Keeffe.»
«E Van Gogh e i suoi girasoli?» chiese Vicente.
«Credo che bisognerebbe dipingere ogni fiore singolarmente.
La quantità oscura la bellezza. Esamini una
sola cosa con attenzione, e tutto ti sarà rivelato. Un fiore
solo. Un solo granulo di polline.» Fece un gesto con la
mano. «Persino una sola isola.»
«Sta' attenta» la provocò Sven, «parli come se in questo
posto stessimo facendo qualcosa di significativo. La
gente si farà un'impressione sbagliata.»
«Ma di fatto è così.» Greer si appoggiò allo schienale
e sospirò. La fatica del lavoro cominciava a farsi sentire.
«Anche se siamo tutti a un'impasse, ci stiamo ponendo
le domande giuste. Domande importanti.»
Per un momento si crogiolarono al pensiero del significato
delle loro vite quotidiane, dei mesi di piccoli doveri
noiosi. Ne avevano bisogno, Greer in special modo.
«Facciamo parlare Greer per prima» disse Sven, «ci
riscalderà il pubblico.»
«Già adesso sto pensando di darmi malata» disse lei.
«Non ho niente di cui parlare.»
Burke-Jones scostò la sedia e si alzò. «Sono stanco.»
Senza aspettare i loro saluti si avviò.
«Non alloggia all'Espiritu?» chiese Greer.
«Sì, ma gli piace vagabondare. Lo rilassa.»
«Un uomo infinitamente interessante.»
«Be', gli diamo molta corda.»
«Posso chiedere perché?»
«Non glielo hai detto?» chiese Sven. «La bombardi di
dettagli sull'ammiraglio von Spee, morto da sessantanni,
e non le dici niente di un nostro collega vivente?»
«Sua moglie» le disse Vicente «è morta quasi due anni
fa. Da allora lui resta qui a studiare come sono stati
trasportati i moai. È, o almeno era, un architetto piuttosto
noto, a Londra. Aveva ricevuto l'incarico di costruire
un nuovo teatro, il più grande di Londra, ma alla
morte della moglie ha piantato tutto e se n'è andato.»
«Povero Randolph» disse Greer.
Finirono di sorseggiare i loro drink, poi tentarono di
riaccendere la conversazione con lamentele sulla SAAS,
predizioni su quando sarebbe arrivata la nave cilena
con i rifornimenti, riflessioni sul colpo di stato di Pinochet.
Vicente estrasse il suo giornale e mostrò loro il titolo:
"La muerte de Pablo Neruda".
«Cinque giorni fa» disse. «Dicono che sia stato per la
tristezza di vedere la sua patria cadere nelle mani di un
simile dittatore. E dicono che avesse appena pubblicato
una poesia su Rapa Nui.» La scomparsa di Neruda e la
storia di Burke-Jones avevano reso pensierosa la compagnia
e ben presto i tre si salutarono.
Greer tornò al laboratorio a controllare un campione
immerso in idrossido di potassio. In corridoio, sotto la
porta di Burke-Jones, vide una striscia di luce. Non gli
aveva mai parlato al di fuori delle cene SAAS, ma ora le
sembrava di doverlo fare. Dopotutto ne sapeva qualcosa
anche lei di dolore, di desiderio di fuga. La porta era
socchiusa e bussò piano, ma non ebbe risposta. L'aprì
del tutto e lo vide chino su un tavolo in fondo alla stanza:
le mani, non visibili, erano occupate. Avanzando,
Greer vide che cosa aveva davanti: un paesaggio in miniatura:
l'isola piena di moai alti sei pollici fatte con
stuzzicadenti e filo interdentale, probabilmente. C'erano
bottiglie di colla aperte, forbici, cartoncino, carta da
costruzione colorata e, nell'angolo, un secchio di cartapesta.
Canticchiando sconsolato, Burke-Jones si muoveva,
regolando e modificando il minipaesaggio.
«Randolph» lo chiamò lei. «Sono Greer.» Nessuna risposta.
«Randolph» ripeté.
La stava ignorando? Oppure era così assorto dall'isola
che aveva costruito per sé da non volervi ammettere
un visitatore a grandezza naturale che senza dubbio
sembrava un gigante venuto a distruggere il suo mondo
perfetto?
Come previsto da Sven, il convegno richiamò poca
gente. Qualche minuto prima era piovuto - insolito per
ottobre - e le tre file semicircolari di sedie sistemate da
Isabel Nosticio erano bagnate, le tovaglie sui tavoli da
picnic erano inzuppate e il lenzuolo bianco per la proiezione
delle diapositive giaceva sporco a terra. Tuttavia
il morale generale era alto, grazie alle due bottiglie di
pisco sour condivise in anticipo alla caleta, guardando
rientrare i pescherecci. Camminarono a braccetto lungo
la costa fino alla zona del convegno, scambiandosi
aneddoti su altri simposi. Sven sostenne di aver eseguito
una manovra di Heimlich a un collega nel bel mezzo
di una presentazione; a una manifestazione Vicente
aveva conosciuto tre colleghi che avevano fatto viaggi
in mongolfiera sopra le Ande proprio come lui. Greer
non potè non chiedersi come avrebbero preso il racconto
del suo incontro con la commissione il giorno della
discussione della tesi. Mentre si stava preparando nella
sua camera al residencial, si era resa conto che il convegno
SAAS sarebbe stato la sua prima presentazione pubblica
dai tempi del Wisconsin. Guardandosi allo specchio
aveva cercato di cogliere una traccia di quella
donna più giovane, più intrepida e fiduciosa, una versione
di se stessa che ricordava a fatica.
Arrivati sul posto, risero alla vista della sede del
convegno distrutta dalla pioggia, inclusa Isabel, che, viste
le dimensioni del pubblico, cominciava a rendersi conto
di quanto l'impresa fosse disperata.
Si accomodarono ai loro posti e Vicente, come programmato,
cominciò. Portava una camicia bianca con
cravatta marrone e aveva una borsa elegante; guardandolo
salire sul podio illuminato dalle torce, Greer pensò
che sembrava quasi un attore, un uomo abituato a essere
al centro dell'attenzione.
Vicente iniziò con le formalità, in spagnolo e in inglese:
i ringraziamenti alla Sociedad, a Isabel, ai suoi sponsor,
ai colleghi. «Prova. Prova.» Diede un colpetto al microfono
e sorrise. «Potete sentire anche là in fondo?»
C'erano soltanto una quindicina di persone, quasi tutti
amici, più alcuni turisti che avevano incontrato poco
prima alla caleta. «Fino in fondo? Fila Z, ci sentite?» Tutti
risero, persino Isabel. «Ottimo» disse lui. «Come tutti
sappiamo, l'ontogenesi riassume la filogenesi. L'embrione
evolve seguendo lo stesso modello della vita. E
lo stesso vale per l'evoluzione della razza umana.» Proseguì
dicendo che le principali svolte decisive dell'umanità
- la scoperta del fuoco, il rito della sepoltura, l'arte
paleolitica e l'invenzione della scrittura - si riflettevano
tutte nello sviluppo personale. Per ogni individuo, disse,
c'è il momento della scoperta del fuoco - un talento,
una passione o un amore - e il momento di imparare a
seppellire il passato e poi di rappresentare e registrare
ciò che si pensa del mondo attraverso il segno e la narrazione.
Alla fine indietreggiò e disse: «Il rongorongo è
un esempio perfetto di come una società inventa il modo
di proteggere la propria storia».
Un applauso alle sue spalle fece girare Greer. Vide
Mahina con un vestito viola, i capelli che, invece d'essere
stretti nella solita crocchia, le ricadevano a onde sulle
spalle nude. Le fece un cenno e Mahina si aprì la strada
fra le sedie, offrendo un breve saluto a chiunque sorpassasse.
Dopo aver controllato che la sedia fosse asciutta
si sedette di fianco a Greer.
Sven si avviò a grandi passi al podio e fissò una torcia
accanto a sé. Aveva un paio di blue-jeans e una maglietta
gialla sbiadita, niente appunti o foglietti. Rivolse
un ringraziamento speciale a Isabel, poi parlò brevemente
dello stato geologico dei vulcani e dei modelli
meteorologici, accennò alle sue necessità di disporre di
dati satellitari, all'abbondante scorta di penne biro e
batté le mani contro il podio dicendo: «Questa è una
storia che mi secca da morire». Mentre si sedeva, nella
notte riecheggiò la risata stridula di Isabel.
Fu poi la volta di Burke-Jones, che si esibì con un'animazione
che Greer non gli aveva mai visto. Si era messo
un vestito pulito e la luce rivelava nei suoi capelli tracce
evidenti del passaggio del pettine. Secondo la leggenda
isolana, spiegò, i moai avevano camminato dalla cava
alla costa, una distanza pari a sei miglia. Dato che il tufo
vulcanico si ammaccava facilmente, e dato che sul retro
e sul davanti delle statue non comparivano scalfitture,
era probabile che fossero stati trasportati in posizione
verticale; la sua ipotesi era che gli indigeni li avessero
sollevati da terra grazie a un sistema di funi strette intorno
al collo delle statue. Poi fece il suo annuncio finale:
fra un mese esatto avrebbe simulato quel metodo di
trasporto. Mentre parlava aveva gli occhi pieni di vita.
Disse che sperava che la popolazione partecipasse alla
sua indagine sulle prodezze degli antenati.
Greer, l'effetto del pisco ormai passato, parlò per ultima,
infilandosi i sandali di pelle che aveva lasciato nell'erba.
Poiché i dati in suo possesso erano ancora incompleti,
sarebbe stato un intervento breve. Nelle
ultime settimane aveva preparato campioni, centrifugato,
contato i granuli conosciuti e sconosciuti - lavoro
che un tempo aveva richiesto un'équipe di assistenti.
Aveva ordinato libri sui pollini della Polinesia e campioni
di erbari da Kew, che non erano ancora arrivati.
Ci sarebbe voluto almeno un altro mese prima di raccogliere
le informazioni complete sulla fauna e la flora
preesistenti sull'isola.
Arrivata al podio anche lei ringraziò la SAAS e Isabel.
Ringraziò i colleghi e rivolse un ringraziamento speciale
a Mahina Huke Tima, sul cui viso passò un'improvvisa
fiammata d'orgoglio. Il riconoscimento provocò anche
un applauso nel buio; Ramon, in piedi sul fondo,
guardava Mahina, non il podio.
Green aprì la sua cartella e cominciò. «Una delle prime
cose certe sull'evoluzione, sulla teoria degli organismi
che maturano e cambiano, è che l'isolamento diventa
una chiave fondamentale. Perché avvenga un
cambiamento significativo, un organismo ha bisogno di
stare da solo, separato, se così si può dire, dai suoi genitori.
Le isole costituiscono da molto tempo l'ambiente
ideale per gli studi sull'isolamento e Rapa Nui è un'isola
così isolata geograficamente, così isolata nella sua
storia, da essere, in sostanza, il perfetto campo di prova
per l'esame dei modelli di speciazione, migrazione ed
evoluzione. In particolare, l'isola è unica nella sua totale
mancanza di risorse naturali...»
Tra il pubblico cadde un silenzio di disapprovazione.
Greer alzò lo sguardo e vide Isabel, accigliata, che si
stringeva il portablocco al petto. Le parole di Greer non
suonavano positive per Rapa Nui. Stava dicendo loro
che l'isola era peggio che semideserta. Era deserta del tutto.
«Ma questa mancanza di risorse non potrebbe essere
più significativa. Più perfetta.»
Procedette con i dettagli sul carotaggio, sperando di
seppellire i suoi commenti negativi in un elenco di numeri.
«Il rapporto tra Filicales e Poacee nello strato basilare
del campione sotto i 26.000 anni.... Quarantatré per
cento di erbe e Pteridofite a sei metri nel punto di carotaggio
del campione primario...» Quando alla fine
Greer alzò lo sguardo dalla sua relazione vide che
Mahina sorrideva ma, subito dopo, sbadigliava. Vicente
si strofinava gli occhi. Greer ringraziò tutti per il loro
tempo e la loro attenzione e radunò le sue cose.
«Sei una donna sincera, Greer» disse Vicente alle sue
spalle. «Hai detto che il carotaggio era un procedimento
lento e noioso, ed era la verità.»
«Credo che ti si stiano chiudendo gli occhi per il sonno, Vicente.»
«Non è colpa mia. È una malattia. Quando vengo
bombardato da numeri e statistiche il mio cervello si affatica
e ha bisogno di riposarsi.»
«Spiritoso.»
«Mi è stato diagnosticato a un convegno di crittografia,
quando un collega ha parlato per cinque ore del
rapporto fra numeri primi e scritture cuneiformi. Sono
stato salvato dal sonno.»
«Invece Burke-Jones è stato molto brillante. Non era
facile venire dopo di lui.»
«Sì, anch'io l'ho trovato ottimo.» Si voltarono entrambi
a guardarlo, ma se n'era già andato. I presenti si
stavano muovendo fra le sedie. Mahina era vicino al tavolo
degli stuzzichini con in mano una patatina. Ramon
le sussurrò qualcosa all'orecchio e lei rise.
«La tua padrona di casa si diverte» disse Vicente.
«A lui piace.»
«Ah sì, Ramon. L'ho capito fin dal primo giorno che era innamorato di lei.»
«Sembra che stiano bene insieme. Intendevo incoraggiarla,
però non sono favorevole all'infedeltà coniugale.»
«Non è sposato.»
«No, mi riferivo a Mahina. Suo marito è lontano.»
Vicente scosse la testa con sgomento. «A Tahiti... forse?»
«Sì?»
«Povera, cara Mahina.»
«Perché?»
«Ti ho raccontato che negli anni Cinquanta e Sessanta,
quando il Cile proibì agli isolani di lasciare l'isola, gli
uomini rubarono delle barche e si costruirono le zattere
con l'intenzione di raggiungere Tahiti. Il marito di
Mahina era uno di loro. Disperso in mare.»
«Ma è stato più di dieci anni fa. Santo cielo, non può
davvero pensare che tornerà.»
«Chissà? Comunque gli altri uomini non li guarda
nemmeno. Ci hanno provato in molti. È una donna
piuttosto bella. È un peccato.»
Greer guardò Mahina. Aveva le mani allacciate dietro
la schiena e Ramon si sporgeva verso di lei. Il vestito
viola metteva in risalto il rossore sulle sue guance e il
sorriso che le illuminava il viso. Vicente aveva ragione,
era proprio una bella donna.
«Povera Mahina.»
Qualcuno cominciò ad andarsene. Due ragazzini -
Claudio e César - che Isabel aveva assunto per la serata,
iniziarono a ripiegare le sedie. Isabel e Sven erano seduti
l'uno di fianco all'altra, le ginocchia che si toccavano.
«Suppongo che dovrei tornare a casa» disse Greer.
«Domani ho molte cose da fare.»
«Ancora polline da contare?»
«Che altro?»
«Ti accompagno.» Vicente le prese la mano. «Non puoi
insistere con quelle stupide manie di indipendenza.»
«È su questo che è stata costruita la mia nazione.
Prendila come una forma di patriottismo.»
«Vieni, Greer. Permettimi almeno di accompagnarti
al residencial. Conosco la strada molto bene. Troppo, forse.»
Greer scrutò al chiaro di luna la sua faccia delicata e
generosa. Voleva farsi accompagnare a casa, ma poi sarebbe
stato più difficile congedarsi da lui. «Un'altra sera, Vicente.»
«Quando il tempo sarà migliore? Ti avverto, Greer,
l'estate è alle porte.»
«Ah, sì... La stagione secca. Credo di poterla affrontare.»
«È strano, so tutto della tua ricerca, dei lavaggi acidi,
del conteggio dei pollini. So quando ti piace lavorare,
che cosa ti piace mangiare e bere. Siamo qui da mesi
e abbiamo imparato queste piccole cose l'uno
dell'altra, però ce ne sono altre che mi piacerebbe conoscere.»
«Le piccole cose sono importanti.»
«Mi piacerebbe sapere che vita fai al di fuori del lavoro. È così indiscreto?»
Greer non lo aveva mai sentito esprimersi con tanta
franchezza. «No, non è affatto indiscreto chiederlo. Ma
a volte è difficile rispondere.»
«Questo è vero per tutte le domande importanti, non credi?»
«Hai ragione» disse lei. Lo baciò sulla guancia. «Penserò a una risposta.»
E se ne andò.
L'indomani mattina Greer si svegliò presto al rumore
di colpi battuti alla porta. Scese dal letto e aprì a Mahina
che le annunciava una visita urgente di Vicente. (Mahina
proibiva agli uomini di avvicinarsi alle porte delle
sue ospiti.) Greer si infilò l'accappatoio ricordando la rivelazione
avuta la notte precedente sul conto del marito
di Mahina e la seguì attraverso il cortile.
Nella sala trovò Vicente in jeans e maglietta bianca.
Sventolava un foglio di carta e sembrava allegro.
«Come? Niente postumi?» chiese Greer.
«La capacità di tollerare il pisco è una delle mie molte
qualità.» Le porse il foglio. «Non è l'originale, naturalmente.
Una traduzione. Ma direttamente dagli archivi
tedeschi. Vedi?»
Urgente. Carico prezioso a bordo. Nessuna possibilità di ritorno.
Necessario porto sicuro dove scaricarlo. Non può restare sulla nave.
Era un telegramma partito dalla nave di von Spee, la
Scharnhorst, in data 22 ottobre 1914. Greer cercò di fare
un calcolo mentale. «Due giorni dopo aver lasciato l'isola?»
Vicente annuì cercando di frenare l'eccitazione.
«È davvero importante. C'è una risposta?»
«Se c'era è affondata con la nave. Però potrebbe esserci un altro telegramma di von Spee. Sul "carico". Dovrebbe arrivare presto.»
«Oh, Vicente!»
Lui sorrise. «Lo so» disse. «Lo so.»
E alle sue spalle Mahina appoggiò le mani sui fianchi e inclinò la testa. «Doctora, il tuo collega ti ha portato qualcos'altro?»
...
.
...
CAPITOLO 21.
...
.
...
Sono otto le navi che si stanno avvicinando all'isola.
Cinque sembrano navi da guerra, con il fumo nero che
esce dai fumaioli cilindrici. Le seguono tre imbarcazioni
più piccole. Dall'alto della rupe Edward ed Elsa guardano
la processione increduli. Dal giorno del loro arrivo
nessuna nave si è avvicinata all'isola. E adesso addirittura
otto. Elsa avverte una sensazione di disagio quando
le navi passano davanti ad Anakena dirette alla costa orientale.
«Non è possibile che vogliano gettare l'ancora qui» dice Edward.
Lei non sa cosa rispondere.
«Incredibile. Dunque dobbiamo accoglierli. Sarà una flotta europea. Inglese, magari. Potrebbero portarci la posta o quantomeno avere dei giornali.»
«Tedeschi» dice Elsa.
«Tedeschi. Inglesi. Giapponesi. Purché abbiano qualche giornale.»
Potrebbero essere tedeschi. È una eventualità che la inquieta.
Edward si avvia. «Dovrò mandare una lettera alla
Royal Geographical Society. Con un resoconto sintetico
del nostro lavoro... e tu dovresti scrivere qualcosa a proposito
delle tavolette. Stuzzicare l'appetito in patria. Se
mandiamo le lettere con queste navi, potremmo avere le
risposte con la nave della compagnia cilena. Elsa, stai bene?»
Lei, che non ha mai smesso di fissare l'orizzonte, si
volta, infine, a guardare la traccia lasciata sull'erba del
percorso seguito da Edward fin lì.
Lui è già vicino ai pony. «Immagino che non si vorranno
trattenere a lungo.» Libera la cavezza dal palo e
monta l'animale. «Dunque?»
Elsa lo guarda. «E Alice?» Non la vede dal giorno prima.
«Dorme.»
«Ma se si sveglia... devo restare con lei.» Come una raffica di vento la discussione della sera si riabbatte su di loro. Scema... la parola le ritorna in mente.
«Non ti dispiace?» chiede lui.
«Scopri chi sono e torna.»
Edward si allontana al galoppo ed Elsa siede sull'erba accanto alla tenda di Alice. Chiude gli occhi cercando di calmarsi. Ah, quelle navi da guerra. Non può smettere di pensarci. E se la flotta fosse tedesca come teme?
Di lì a poco si alza, ripulisce la gonna dalla sabbia ed entra sotto la nube leggera della zanzariera. Alice dorme sulla sua branda, raggomitolata come un feto. Accanto a lei, nella gabbia, Pudding si liscia le penne. I capelli circondano il volto di Alice in ciocche aggrovigliate. Elsa si
sdraia accanto alla branda, ascoltando i suoni che produce
sognando, così gentili e così infantili da spingerla ad
allungare una mano e accarezzarle un braccio. Ma quando
Alice si muove, lo ritrae in fretta. Ha paura del momento
del risveglio, della rabbia. Ha paura di sua sorella...
il pensiero la fa rabbrividire. D'ora in avanti sarà
tutto diverso. Deve accettarlo. E mentre formula questo
pensiero, le sembra che i confini del suo essere siano più
fragili, come se qualcosa avesse afferrato il bandolo del
filo della sua vitalità tirandolo con forza, e lei non potesse
far altro che restare a guardare i punti disfarsi uno a uno.
Il nitrito di un pony la sveglia e lei si alza alla luce grigia
del pomeriggio. Alice, sulla branda, dorme ancora.
«Elsa!» sta chiamando Edward. «Cara, abbiamo ospiti.»
Lei è all'erta. Sporge la testa dalla tenda e sulla collina,
sopra la spiaggia, vede una dozzina di figure a cavallo.
Una galassia di bottoni di ottone in campo blu scuro. Fa un cenno con la mano.
«Avevi ragione, cara! Sono tedeschi.» Ancora la voce di lui. La sua voce da conferenziere. «Sono venuti a fare provviste e un po' di turismo. Ho raccontato all'ammiraglio che cosa stiamo facendo qua e lui è particolarmente
interessato al tuo lavoro sulle tavolette. Gli ho detto che saresti stata felice di mostrargliene una.»
«Adesso?» grida lei. Il tono è rude, ma non riesce a controllare il panico.
«L'ammiraglio sperava di poterne vedere una subito.
Sono in mare da molto tempo. Hanno desiderio di stimoli, immagino.» Edward borbotta qualcosa al semicerchio di uomini che ha intorno e dalla collina si odono brevi risate.
«Sono stato io a insistere.» La voce che si è rivolta a lei ha un forte accento e suona familiare.
Elsa guarda ancora le figure a cavallo ma non riesce a distinguere i volti sotto i cappelli ornati di nastri dorati.
Dovrà salire fin lassù. Con il cuore che le batte in petto esce dalla tenda, afferra la kohau che ha portato da Kasimiro e comincia ad arrampicarsi. In mezzo al semicerchio, con il berretto ornato da una spessa banda dorata, c'è l'ammiraglio.
«Hai portato una kohau» dice Edward. «Splendido.»
Elsa svolge l'involto e tende la tavoletta all'ammiraglio come se fosse un fucile. Lui mantiene un'espressione imperturbabile, in uno sforzo di serietà tradito soltanto dai baffi argentei le cui estremità, arricciandosi verso l'alto, denunciano il divertimento. «Was machst du hier?» chiede Elsa.
Lui si rivolge a Edward. «La signora parla tedesco.»
«Lo parla fluentemente» dice Edward. Cercando di allentare la situazione di disagio, prende con gentilezza la kohau dalle mani di Elsa. «Vedete, ammiraglio, in ogni kohau sono incise molte figure. Ecco, proprio qui, vedete?
Alcune hanno forma di uccelli e qui... altri animali. Altri ancora sono soltanto scarabocchi. Tuttavia Elsa ha già catalogato oltre duemila caratteri.»
«Vostra moglie è una donna operosa.»
«Ha svolto uno studio accurato della lingua rapa nui e del rongorongo. È prossima a poter fare una traduzione.»
«E che cosa dicono queste tavolette, Frau Beazley?»
Elsa è ammutolita.
«Pensiamo» interviene Edward «che registrino la storia dell'isola. Questa, per esempio, abbiamo ragione di credere che spieghi come siano stati trasportati i moai.»
«Non potrebbe trattarsi di comunicazioni? Come una lettera per annunciare un'occasione speciale? Un matrimonio, per esempio?»
Elsa scuote la testa. Non può credere alle sue orecchie. «O un viaggio?»
«Vedete, ammiraglio, le nostre ricerche presso i rapa nui - e mia moglie ne ha intervistati centinaia - indicano chiaramente che le tavole riportano la storia e la mitologia dell'isola. Venivano realizzate da particolari scriba esperti nella scrittura. Quindi non erano usate dalla gente normale per comunicare. Mia moglie intende trovare una chiave di decodificazione.»
«Bene. Gut» dice l'ammiraglio. «Ora» guarda i suoi ufficiali, «mi piacerebbe chiedere a Frau Beazley di accompagnarci brevemente in città per aiutarci in alcune transazioni. Per tradurre. Abbiamo bisogno di fare provviste per l'equipaggio.»
Edward si rivolge a lei. «Verrà buio nel giro di poche ore.»
«La faremo scortare subito a casa, vi assicuro.»
«Mia cara?»
Elsa sposta lo sguardo da Edward all'ammiraglio e viceversa. Le sembra impossibile vedere i due uomini uno accanto all'altro.
«Bene» dice. «Provviste.»
«Soltanto se te la senti. Abbiamo avuto una giornata difficile» spiega lui rivolto poi ai tedeschi.
«Andrò. Tu bada ad Alice.»
«Naturalmente.» Tende a Elsa le redini del pony. «Ne sei certa?» Elsa annuisce. Quando gli si avvicina lui le sussurra: «Vedi se riesci a procurarci un giornale. Dice di non averne, ma se chiedi tu magari lo trova». Lei monta in sella.
«La riporteremo indietro subito» dice l'ammiraglio dando un colpo di tacco nel fianco del suo cavallo.
Elsa tiene la testa bassa davanti agli uomini, mentre il suo pony li precede sollevando polvere rossa lungo il sentiero della costa. All'improvviso vorrebbe lanciarsi in un galoppo sfrenato e fuggire via.
«Reitet hier zvegl» ordina una voce alle sue spalle e il suono degli zoccoli si arresta di colpo. Il silenzio è rotto soltanto dal rumore di un cavallo che si avvicina lentamente.
Solo quando lui le è accanto lei permette al vortice della sua confusione di esplodere in una domanda senza fiato.
«Max?»
Lui allunga una mano e afferra la sua. «Mein Liebling.»
...
.
...
CAPITOLO 22.
...
.
...
Verso la fine di ottobre Greer aveva estratto ed esaminato
tutti i campioni. Aveva spedito i campioni di sedimenti
perché fossero sottoposti al metodo di datazione al carbonio.
Le era arrivata una copia degli Studies in Hawaiian
Pollen Statistics di Selling, insieme con i campioni di erbari
da Kew, che nel mese successivo l'avrebbero aiutata
a identificare i granuli di pollini sconosciuti.
Vicente e Sven stavano dando una mano a Burke-Jones
alla cava - per realizzare l'esperimento del trasporto bisognava
scavare il terreno sotto la statua - e Greer lavorava
da sola alla sede della SAAS. Le ore trascorrevano tranquille
mentre sedeva sullo sgabello davanti ai due
microscopi sui lunghi tavoli da lavoro del laboratorio.
Per il suo microscopio aveva concepito una piattaforma
angolata in modo da non dover tendere il collo e nelle
giornate in cui sapeva di avere davanti a sé molte ore di
lavoro indossava un sottile collare. A mezzogiorno Mahina
le portava il pranzo e a volte lei le mostrava i pollini.
Mahina aveva occhio per le sottili differenze - riusciva
immediatamente a localizzare una piccola intaccatura
nell'esosporio - e le piaceva confrontare quello che lei vedeva
nel microscopio con le immagini nella guida sui pollini.
Di tanto in tanto, in un intervallo del loro lavoro alla
cava, Vicente si fermava a salutarla o Sven irrompeva
con una battuta: «Allora come vanno oggi i pollinesiani?».
A volte, di sera, mentre aspettava che la centrifuga
finisse, Greer bighellonava nel corridoio davanti al laboratorio
di Burke-Jones, dove a fine giornata lui si ritirava
a perfezionare i suoi mondi in miniatura.
Greer credeva che il proprio lavoro potesse risultare
utile anche a lui, visto che faceva emergere il quadro
dell'antica flora dell'isola. Ai livelli medi dei suoi campioni
aveva trovato polline di Triumfetta semitriloba, l'albero
diffuso in tutto il Pacifico che veniva usato per fare
la corda. Se erano state delle corde a spostare le statue,
disse a Burke-Jones, probabilmente dovevano essere
fatte della corteccia di quella pianta.
«Cresce tuttora a Tahiti» gli disse fermandosi sulla
soglia. A lui non piaceva ricevere visite, perciò Greer
non entrava mai. «Potremmo farcene mandare qualcuna.
Sono sicura che potresti chiedere l'aiuto della SAAS.
Parlane con Isabel.»
Lui scostò la sedia e contemplò i suoi diorama. «Penso
proprio che usassero qualcosa di morbido, di fibroso.»
«Allora facciamocela mandare. Ti possiamo aiutare a
intrecciarla. Quanta te ne serve?» Burke-Jones tenne lo
sguardo fisso davanti a sé, come se leggesse dei calcoli
nell'aria. «Cinquecentotrentuno piedi.»
«Facciamo duecento metri.»
«Centoventiquattro piedi, cioè trentotto metri, andrebbero sprecati.»
«Li useremo per qualche altro scopo. Nel caso peggiore
faremo un'amaca di semitriloba per i futuri ricercatori
della SAAS. Vuoi che scriva al servizio forestale di Tahiti?»
«Vorrei che la simulazione fosse quanto più accurata
possibile.»
«Allora, procuriamoci dell'autentica corda di semitriloba.»
Voltandosi lui le sorrise brevemente. «Ecco qualcosa
di cui possiamo essere felici.»
«Decisamente, Randolph.»
Anche altre piante stavano emergendo dal passato
dell'isola.
Il polline della Sophora toromiro, simile alla robinia del
Giappone compariva in campioni provenienti da tutti i
tre crateri. Il genere Sophora era noto per i suoi fiori a calice
bianchi e gialli e le foglie pennate. La Sophora toromiro
era senza dubbio l'alberello notato dal capitano
Cook:
La foglia e il seme di quello che gli indigeni chiamano "torromedo"
non sono molto diversi da quelli della comune veccia,
ma il baccello, per dimensione e forma, è più simile a quello del
tamarindo...
Dunque il toromiro era sopravvissuto a tutti i suoi botanici
coetanei.
Altri tipi di polline comparivano soltanto negli strati
superiori dei campioni: pollini quasi identici alla Broussonetia
papyrifera, i gelsi le cui cortecce fibrose venivano
usate per fare la carta, e come il gelso usato in tutta la
Polinesia per produrre la tapa. Di nuovo Cook, che aveva
osservato:
In alcuni punti cresce una specie di ortica che non supera i
due piedi e mezzo al massimo d'altezza.
I pollini di gelso, tuttavia, assenti dagli strati sedimentari
più bassi, indicavano che questa pianta era arrivata
soltanto con i primi coloni.
Ai livelli più bassi la registrazione del polline cambiava
drasticamente. C'erano spore di almeno dieci
Pteridophtya, incluse le felci previste.
Ma la cosa più interessante era un tipo di polline sconosciuto
che ostruiva il fondo dei campioni: granelli
oblunghi con un grande avvallamento che tagliava il
centro in due. Qualunque fosse l'angiosperma da cui
proveniva, un tempo aveva ricoperto l'isola e si era
estinto da diverse centinaia di anni; cominciava a ridursi
proprio all'apparire del gelso da carta. Greer avrebbe
spedito un campione a Kew per vedere se avessero
niente di simile... le probabilità erano basse. Se quella
pianta era cresciuta sull'isola per migliaia di anni, si era
talmente allontanata dai suoi antenati che tracciarne la
genealogia sarebbe stato difficile.
E tuttavia la questione del legno rimaneva aperta.
Roggeveen e Cook avevano accennato a canoe costruite
con lunghe assi, ma né la Sophora toromiro né i tronchi
del gelso da carta potevano dare legname adatto alla
costruzione di imbarcazioni. Che il polline si
trovasse ai livelli più bassi di un albero d'alto fusto e
resistente?
Anche il francese Jean-François de Galaup, comte de
La Pérouse, in visita all'isola nel 1786, aveva descritto le
canoe:
Sono composte solo di assi molto strette, lunghe quattro o
cinque piedi, e possono portare al massimo quattro uomini.
Ne ho viste tre in questa parte dell'isola, e non mi sorprenderebbe
se in breve tempo, per mancanza di legname non dovesse
rimanerne nemmeno una...
La precisione con cui hanno misurato la nave mostra che
non si trattava di spettatori disattenti; hanno esaminato i nostri
cavi, ancore, bussole e il timone, e sono tornati il giorno
dopo con una corda per rimisurare di nuovo...
Monsieur de Langle, compagno di La Pérouse, che si
era addentrato all'interno, osservò degli arbusti di gelso
da carta e mimosa, notando che solo un decimo dell'isola
era coltivato, il resto era coperto da erbacce. Gli unici
uccelli avvistati da Monsieur de Langle erano le rondini
di mare in fondo al cratere. Le statue che aveva visto
con i suoi telescopi erano tutte cadute. Niente che differisse
dalle precedenti spedizioni, pensò Greer.
Comunque la colpiva il fatto che sia Langle sia La Pérouse
avessero ipotizzato la possibilità che un tempo l'isola
ospitasse una vegetazione diversa. Langle aveva
valutato la popolazione intorno alle duemila persone e
aveva aggiunto: "C'è ragione di pensare che la popolazione
fosse più consistente quando l'isola era più boscosa".
La Pérouse si spingeva perfino ad accusare i rapa
nui di disboscamento. Si lamentava delle rocce laviche
sparse sul terreno spiegando:
...queste pietre, che ci ostacolano il cammino, sono di grande
utilità perché contribuiscono a mantenere la freschezza e
l'umidità del terreno, e in parte suppliscono alla mancanza
della salutare ombra offerta dagli alberi che con tanta imprudenza
gli abitanti hanno abbattuto in tempi senza dubbio
molto remoti, così che la loro terra, già completamente esposta
ai raggi del sole, è priva anche di sorgenti e torrenti...
...Monsieur de Langle e io non dubitiamo del fatto che la
sventurata situazione di questo popolo sia da imputare all'imprudenza
dei loro antenati...
Una sera Greer stava leggendo questo passaggio nella
sala del residencial quando entrò Mahina.
«Iorana, doctora!» Aveva in mano diversi barattoli di
pesche sciroppate. «Guarda. Peti.» Li depose uno a uno
sul bordo della sua scrivania.
«Ramon ce le ha date.»
«Iorana, Mahina.»
La donna gettò un'occchiata al libro di Greer.
«Doctora lavora sempre.»
«Lo so. È un altro resoconto di viaggio all'isola di Pasqua.
Sai se le leggende dell'isola parlano di alberi? Alberi
che un tempo crescevano qui? Quando venne Hotu
Matua?»
«Ti ho già detto storia di Hau Maka, e di spirito che
volò verso il cielo e trovò l'isola più bella.»
«In quella storia ci sono degli alberi?»
«C'è tutto.» Mahina sedette alla scrivania. «Pesci e
frutta e fiori. Spirito vede tutto che vuole.»
«La Pérouse dice che sono stati gli isolani ad abbattere
gli alberi. E io ho trovato nei miei campioni uno
strano tipo di polline, al livello più basso, e mi chiedo se
nella tradizione orale ci sia qualcosa sugli alberi.»
«C'è una sola storia che ho sentito da bambina, ma è
solo leggenda, come dici tu. Non per scienza.»
«Sentiamo.»
«Ecco, è storia di come è nato il grande albero. C'era
una donna, Sina, che amava uomo, Tuna, ma non poteva
averlo. Proibito. Aveva molti altri uomini, corteggiatori,
come dici tu, e i corteggiatori insieme catturarono
Tuna con una grossa rete. La sera prima che lo uccidono,
Sina va a trovarlo, a dire iorana, e Tuna dice che il
mattino dopo lei deve piantare la sua testa nella terra e
che crescerà grande albero che le ricorderà di lui.»
Greer ne prese nota e Mahina controllò che avesse seguito
fedelmente il suo racconto. Era lo stesso tema che
appariva in ogni mitologia, l'albero-spirito, il palo ornato
di fiori intorno al quale i giovani ballano nelle feste di
calendimaggio, storie di morte e rigenerazione, sacrificio
e crescita. La vita umana era sempre legata alla vita
vegetale. In Australia e nelle Filippine si credeva che gli
alberi contenessero gli spiriti degli antenati morti. I
kostrubonku russi e gli indiani kangara facevano funerali
alla vegetazione morta. Secondo la mitologia norrena
Odino creò il primo uomo e la prima donna da due ceppi
trovati sulla spiaggia.
Quelle storie cercavano di spiegare il mondo, di trovare
un senso alla natura che, incomprensibile, circondava
i popoli primitivi. Perché raccontare la storia di un
grande albero se non ne cresceva nessuno?
«È per finta» disse Mahina.
«Un mito della vegetazione» disse Greer. «Ma utile.»
«Mito» ripeté Mahina. «Perché qui niente alberi grandi.»
Si avvicinò a Greer ed esaminò le prime pagine del
libro. «La Pérouse. Sì, buono.»
«Un sacco di pagine sprecate a lamentarsi dei cappelli
rubati.»
«Cappelli?»
«Hau» disse Greer indicando la sua testa. «Tutti i racconti
di viaggio che ho letto finora descrivono in modo
quasi ossessivo furti di cappelli. Pare che agli isolani
piacessero.»
Mahina rifletté per un momento.
«Forse» disse «volevano ombra.»
Era la prima settimana di novembre, estate, ma per
tutta la mattina il cielo rimase punteggiato da nuvole
grigie. La folla guardava ansiosa verso l'alto nella speranza
che almeno cominciasse a piovere presto, prima
che si arrotolassero le maniche, afferrassero la fune fibrosa
e iniziassero a trascinare i moai giù per la collina.
Burke-Jones, vestito come per un safari, era chino su
un diorama sul cofano della sua jeep. Aveva assegnato
un numero a ogni figurina, corrispondente a uno dei
cinquantacinque esseri umani a grandezza naturale in
attesa delle sue istruzioni.
Nell'aria c'era una grande eccitazione. Nell'ultima settimana
sull'isola non s'era parlato d'altro. In realtà l'annuncio
fatto alla conferenza da Burke-Jones aveva catalizzato
tutti. Quasi cento isolani si erano radunati intorno
ai pendii erbosi di Rano Raraku, la cava dei moai, aspettando
di vedere quello che avevano fatto i loro antenati.
Per Burke-Jones, per Vicente, persino per Greer, quello
era un esperimento scientifico, ma per i rapa nui si trattava
della loro eredità, era l'epopea degli antenati.
Tuttavia le difficoltà organizzative erano scoraggianti.
I cinquanta volontari dovettero per prima cosa disporsi
in una lunga fila che procedeva tortuosa fra dozzine
di moai caduti, mentre Burke-Jones distribuiva a
ciascuno un cartello numerato appeso a una cordicella.
Li aveva riuniti in gruppi di cinque e mostrato sul suo
diorama dove dovevano piazzarsi. Quando fu chiamato
il suo gruppo, Greer si sorprese di vedere che Burke-Jones
aveva incluso anche se stesso - uno stuzzicadente
vicino a una scatola di fiammiferi rossa che rappresentava
la jeep, nel punto esatto in cui si trovava effettivamente.
Le era sempre di sollievo incontrare ricercatori
più ossessivi di lei. L'inglese aveva assegnato un caposquadra
a ogni gruppo: stuzzicadenti dalle punte rosse.
A loro era toccato Sven.
«Oh, no» disse Vicente che portava il numero 34 sopra
la camicia color marrone. Si era arrotolato le maniche
e al posto dei soliti pantaloni indossava un paio di
calzoncini cachi.
«Era ora che ottenessi un po' di rispetto» disse Sven.
«C'è sempre spazio per un colpo di Stato.» Vicente
ammiccò. «Ce l'ho nel sangue.»
Burke-Jones alzò gli occhi dal diorama. «Fate molta
attenzione a dove dovete posizionarvi.» Indicò una fila
di figurine-stuzzicadenti. «La squadra numero due occupa
la fila di mezzo sul lato a nord della statua.»
Sven si rivolse a Green e Vicente. «Sono stato informato
che la squadra due prenderà posizione sul...»
«Fa caldo, Sven» disse Greer.
«Vedi come mi parlano i miei subalterni?» chiese
Sven a Burke-Jones.
«Che cosa non siamo disposti a fare per la scienza»
sospirò Vicente.
Burke-Jones tenne lo sguardo fisso sul suo diorama.
«Conoscete i vostri compiti» disse. «Squadra tre!»
«Buona fortuna, Randolph» disse Greer.
«Svelti, per favore!»
I volontari erano chiaramente seccati da quei modi
autoritari. Le squadre tre e quattro si allontanarono dalla
jeep con aria malcontenta e alla fine Sven rinunciò alle
battute e cingendo Burke-Jones con le braccia disse:
«Nessuna società, per quanto avanzata, avrebbe potuto
essere organizzata meglio. Cominciamo a sollevare
questo gigante». Burke-Jones non si lasciò distogliere
dal suo piano.
Ci volle più di un'ora, ma alla fine tutti ricevettero un
numero, capirono dove mettersi e chi era il loro capo.
Vicente, che aveva portato una macchina fotografica, riprese
Burke-Jones mentre assegnava gli incarichi, indicava
ed esaminava il suo diorama e poi lo confrontava con
espressione stupita con la scena che gli si stava realizzando
davanti agli occhi. Era notevole, pensò Greer: su un
fianco della collina c'erano tre ordini di grandezza diversi.
Gli stuzzicadenti, i volontari a dimensione naturale e,
sopra di loro sul cratere, piatto sulla schiena, un gigante
di pietra di venti piedi da trascinare giù per la collina.
Mentre l'operazione era sul punto di iniziare, Vicente
passò la macchina fotografica a Mahina chiedendole di
documentare l'esperimento. Lei si spostò con il gruppo
di isolani, i più anziani e più miti, che erano venuti solo
per guardare. Greer era una delle due donne che avrebbero
tirato, e aveva dovuto litigare con Burke-Jones perché
glielo permettesse. Lui voleva ricostruire con esattezza
le condizioni storiche originali ed era quasi certo
che nessuna donna avesse aiutato a spostare i moai. Alla
fine Vicente lo aveva convinto che in fondo non avrebbe
potuto compromettere i risultati. Aveva indicato Sven,
seduto a tavola con loro: «Ammettiamolo. Di certo non
sono stati aiutati nemmeno dagli svedesi, né coordinati
da un architetto britannico».
Isabel, che era rimasta per l'esperimento, era accanto
a Mahina vestita con una gonna pantalone e scarpe da
tennis bianche, le braccia conserte. Di tanto in tanto inclinava
la testa, abbassandosi gli occhiali da sole sul naso
e scrutava i volontari, Sven in particolare, poi se li rimetteva
a posto.
«Posizione» gridò Burke-Jones e la folla si avvicinò alla
statua supina. Al collo gli era stata passata una trama
di corde fatte a mano usando i Triumfetta semitriloba arrivati
da Tahiti. Greer, Sven e Vicente avevano trascorso le
ultime sere al Residencial Ao Popohanga, dove Mahina
aveva insegnato a intrecciare le fibre a loro e a diversi
amici. Avevano fatto più di duecento metri di corda, che
ora penzolavano dalla statua come ciocche di capelli.
Burke-Jones soffiò diverse volte nel suo fischietto e
tutti si accovacciarono sollevando le corde: sembravano
tentacoli che prendevano vita. Greer puntò i piedi nell'erba,
piegò le ginocchia e si preparò a tirare. Davanti
aveva Vicente che a sua volta aveva di fronte Sven. Il fischietto
emise due suoni lunghi e uno breve e le squadre
si sollevarono insieme. Greer avvampò per lo sforzo.
Le bruciavano le palme delle mani intorno alle fibre
grezze della corda. Spostò il peso da una gamba all'altra,
ma i muscoli, in qualsiasi posizione si mettesse, si
ribellavano. Dai gruppi si levarono svariati suoni. Grugniti,
lamenti, un sonoro "mi madre". Qualcuno all'altro
lato della statua imprecò contro Burke-Jones. Finalmente
si udì il fischio e tutti quanti, storditi e accaldati, lasciarono
cadere le corde e crollarono sull'erba.
Diverse donne dal pubblico offrirono borracce ai volontari.
Vicente e Greer se le erano portate.
«Credo che sarà una giornata lunga.» Fra i volontari
si era già diffusa la delusione. Bevvero l'acqua, si asciugarono
la fronte e si appoggiarono alla statua. Greer si
stirò con prudenza il collo che per la prima volta in più
di un anno le faceva di nuovo male.
Il fischietto suonò. Tutti alzarono le corde. Burke-Jones
fischiò di nuovo. Greer sentiva bruciare i muscoli, la
pelle delle mani che sfregava contro la corda ruvida. Di
nuovo il fischio di fine. Niente.
Burke-Jones lo aveva previsto. Tre capisquadra furono
convocati e si diede il via alla raccolta delle pietre.
Nel giro di un'ora una pila di massi era stata incuneata
sotto la testa del moai - in modo da sollevare la statua e
riuscire a far leva sulle corde. Mentre i sassi venivano
messi in posizione il sole raggiunse il punto più alto.
Alcuni volontari si legarono un fazzoletto sulla testa, si
spruzzarono sul collo l'acqua delle borracce. Dall'oceano
arrivava soltanto una brezza leggera. Quando Greer
guardò verso la costa vide Luka Tepano a cavallo in
fondo alla collina. Stava studiando i movimenti dei volontari,
le funi tese, i sassi che venivano fatti rotolare.
Era a una certa distanza dalla grotta della donna e sembrava
che fosse venuto semplicemente per osservare.
Era immobile, ma quando Greer guardò di nuovo qualche
minuto dopo era scomparso.
Una squadra di volontari affiancò la testa; si sedettero
in modo che i piedi potessero spingere più a fondo i
sassi sotto il moai mentre veniva tirato. Di nuovo si udì
il fischio; questa volta Burke-Jones aveva ordinato di fare
un movimento oscillante, nella speranza che la forza
simultanea di cinquanta persone potesse funzionare.
Uno. Dos. Tres. Is-sa! Etahi. Erua. Etoru. Is-sa! Poi dall'altro
lato della statua esplosero delle grida e il fischietto
sputacchiò, con un suono simile a quello dell'arbitro
che sancisce furiosamente un time out. Le corde furono
mollate. Con Vicente e Sven a rimorchio Greer corse
dall'altra parte: la squadra numero tre, cinque uomini
ansimanti, venne unita alla squadra quattro, decisamente
di cattivo umore. Una delle corde si era spezzata.
Annunciando la pausa pranzo Burke-Jones esaminò
la fune spezzata e apportò delle modifiche al suo diorama.
Mahina era scesa dalla collina per sedersi con Greer
e Vicente, e Isabel stese le gambe nell'erba. Tutti cercavano
di proteggersi gli occhi dal sole.
«Queste corde non sono abbastanza forti» disse Vicente.
«Forse dovrebbero essere più grosse.»
«Speriamo che la colpa sia delle corde» disse Sven, «mi rifiuto di pensare che siamo noi a non essere abbastanza forti.»
Vicente sospirò. «Povero Burke-Jones. Lo ha preparato per mesi.»
«E riuscirà a portarlo a termine» disse Sven. «Ho fede
in quell'uomo. Ha dei piani, dall'A alla Z, archiviati nella
mente. Forse resteremo qui tutto il giorno, o tutta la
settimana, ma lui riuscirà nel suo obiettivo.»
«Adesso siamo in grado di apprezzare fino in fondo
gli sforzi di chi ha trasportato questi giganti» disse Vicente.
Greer stava pensando alla leggenda dell'albero che le
aveva raccontato Mahina. Leggendo altri libri aveva scoperto
una leggenda simile in alcune terre polinesiane: il
mito della palma da cocco. Certo, non c'erano tracce di
polline di palma da cocco in nessuno dei suoi campioni.
Il polline sconosciuto restava tuttora non identificato: né
Kew né il Museo Svedese di Storia Naturale erano stati
capaci di dargli un nome. Entrambi avevano consigliato
di spedire un campione a Strasburgo, dove era nato un
nuovo Laboratorio internazionale di palinologia con i
migliori esperti provenienti da tutto il mondo. Greer lo
aveva fatto, incrociando le dita. Di qualunque cosa si
trattasse, la specie era endemica, ed essendo stata allontanata
dalla pianta madre aveva perso ogni traccia della
sua eredità. E se si fosse trattato di un tipo di palma? Un
albero d'alto fusto che dava legname da costruzione abbastanza
forte per spostare i moai? Funi e pietre erano
chiaramente insufficienti, e doveva essersene reso conto
anche Burke-Jones, che infatti stava distribuendo assi
nodose lunghe un metro e mezzo provenienti da robinie
del Giappone - la pianta più vicina al toromiro che un
tempo copriva l'isola - fatte arrivare appositamente in aereo.
Con le assi e i cartelli numerati sbatacchiati dal vento i
volontari sembravano un gruppo di maratoneti pronti
alla rivolta. Trascinarono i loro cunei su per la collina erbosa
e si radunarono intorno alla statua. Greer dubitò
che avrebbe funzionato: il legno di robinia non era molto
resistente e le assi erano troppo corte per essere di qualche
utilità. Erano necessarie assi lunghe come la statua,
da quindici a venti piedi, per poter far slittare la statua.
Al fischio metà dei volontari ripresero a tirare le corde,
la squadra numero tre era sempre intenta a incuneare
le pietre, ma adesso due squadre spingevano le assi
sotto la testa del moai, cercando di usarle come leve. Poi
si sentì uno schianto, provocato da una delle assi, e
un'altra fune si lacerò a metà. Burke-Jones fischiò, sconfitto.
Greer sedette per riprendere fiato. Alcuni spettatori
se ne erano già andati, come tifosi che, persa la speranza
di veder vincere la loro squadra, se ne tornavano mestamente
a casa. Mahina era rimasta e fotografò i volontari
accasciati nell'erba. Greer guardò l'orologio - quasi
le quattro - e capì che presto Burke-Jones avrebbe dichiarato
concluso l'esperimento.
Stanca, si girò verso il sentiero dov'erano parcheggiate
le jeep e legati i cavalli e rivide Luka Tepano. Quella
volta in sella dietro di lui c'era la donna della grotta con
una mano alzata per proteggersi gli occhi dal sole. Si
avvicinarono lentamente fino a circa cento piedi e lì rimasero
a fissare l'impalcatura. Sven, assorto nella conversazione
con Isabel che gli asciugava la fronte con un
fazzoletto di pizzo, non li notò. Solo Greer si era accorta
della loro presenza e alzò la mano in un gesto di saluto.
«Quanti tentativi faremo ancora prima di crollare?»
stava chiedendo Sven.
«L'ultima volta è la più fortunata, no?» ribatté Vicente.
«Quarantotto uomini, due donne, macigni a non finire,
e alberi. Quanti alberi ci sono voluti, Greer?»
«Dieci robinie» rispose lei tornando verso il gruppo.
«E quindici semitriloba per fare la corda.»
«Venticinque piante» disse Sven. «Non si può accusare quell'uomo di non averci provato.»
«Povero Burke-Jones» sussurrò Greer guardandolo
risistemare il suo diorama, «tra un po' ci toccherà cercare
di spostare quella cosa con stuzzicadenti e filo dentale.
Non ci rimane altro.»
«Ci rimane il nostro sforzo» disse Vicente. «E il nostro
spirito.» Ancora una volta presero posizione, adesso sull'altro
lato del moai: Burke-Jones aveva scompigliato tutti,
come se bastasse una nuova disposizione a controbilanciare
l'inadeguatezza dell'attrezzatura. Greer notò
che Luke e la vecchia stavano ancora guardando. Al fischio
gli ultimi frammenti di robinia vennero conficcati
nel terreno, le corde si tesero come sagole di salvataggio,
le pietre vennero fatte rotolare. Fra le imprecazioni i volontari
fecero del loro meglio per l'ultimo tentativo. Ma
quando suonò il fischio finale, fu con grande sollievo che
Greer lasciò cadere la fune e indietreggiò dal moai. Sulla
scena cadde il silenzio, la folla guardò Burke-Jones che
fissava inespressivo la statua.
«Credo che stasera vorrà tutto il secchiello di pisco
per sé» disse Sven.
«Sembra che stia male» rispose Vicente. Si asciugarono
il sudore dalla faccia e si trascinarono verso la jeep.
«Per oggi basta» disse Sven dando a Burke-Jones una
pacca sulla spalla.
«Randolph» disse Vicente, «hai fatto una grande cosa.
Dobbiamo sempre mettere alla prova le nostre ipotesi
e seguire le risposte, ovunque esse ci conducano.»
«Vedo un pisco sour ghiacciato nella tua mano, amico
mio.»
Per un istante Burke-Jones rimase a bocca aperta, poi
la chiuse. Era come se dopo sei ore di un attivismo senza
precedenti si fosse spento. Sembrava che non avesse
più niente da dire.
«Randolph» iniziò Greer, «credo che quel che abbiamo
visto oggi si colleghi a qualcosa che ho notato nei
miei campioni...»
Burke-Jones annuì lentamente, poi salì sulla jeep, mise
in moto e partì. Il diorama, appoggiato sul cofano, volò
in aria e ricadde nell'erba, la jeep-scatola di fiammiferi
atterrò esattamente dove prima c'era stata la vera jeep, e
le figurine fatte di stuzzicadenti si sparsero nel vento.
Quella sera, tornata al residencial, Greer trovò sotto la
porta una lettera del Laboratorio internazionale di palinologia
di Strasburgo. Strappò la busta. La lettera era
scritta a mano:
Gesù! Non ho qui nulla che assomigli a quella creaturina
che mi hai mandato, ma sono pronta a scommettere che sia
della specie delle palme. Prendila per un'intuizione fondata.
Comunque ti serviranno delle prove, delle verifiche (come a
tutti i bravi scienziati, no?). Cerca magari dei macrofossili. Foglie,
corteccia, acheni fossilizzati.
L'isola di Pasqua! Temevo che fossi sparita dalla faccia della
terra (la prossima volta mi mandi un recapito postale o un
numero di telefono? Ci sono telefoni lì?). Quando ho saputo
di Thomas ho cercato di rintracciarti. Pare che qualcuno non
volesse essere rintracciato. Dovrebbero farti dirigere il Programma
di protezione dei testimoni! Comunque devo farti le
mie condoglianze.
Vieni a salutarmi, se mai passi da Strasburgo. Il pàté è eccellente,
il vino squisito. Niente immersioni qui, ma ci ho comunque
rinunciato per via di un'ernia al disco. Credo di fumare
circa cinque pacchetti al giorno. Sono felice.
Ti ho pensato spesso, sai. Ti prego, vieni a trovarmi.
Ti faccio i miei migliori auguri
Josephine (gli amici francesi insistono
e adesso non mi dispiace) Banks
P.S. Dovresti firmarti Sandor. Quando ho visto "Dott. Farraday"
sul modulo di richiesta di analisi per poco non mi è
venuto un colpo. A proposito, hai sentito della spedizione del
National Geo nel Surtsey, in febbraio? È proprio sulla tua strada.
Cercano palinologi.
Greer si sedette sul letto con la lettera accanto. Si sfilò
gli stivali e la camicia madida di sudore e guardò di
nuovo il foglio di carta. Jo. Pensava che non avrebbe più
avuto sue notizie, che Jo avesse rinunciato a lei. Greer
non l'aveva mai biasimata per questo, sapendo come
doveva essere stata dura per lei vederla accusata di plagio,
umiliata di fronte a tutto il dipartimento. Jo, che
pur non avendo mai dubitato delle responsabilità di
Thomas aveva dovuto accettare l'ostinato diniego di
Greer. Che aveva capito di non poter essere lei ad accusare
Thomas, perché il desiderio di difendere un'amica
sarebbe stato interpretato come la vendetta di un'amante
respinta. Alla fine era stata costretta a lasciare che
Greer ci arrivasse da sola. Probabilmente non aveva
pensato che le ci sarebbero voluti cinque lunghi anni.
Greer guardò la firma di Jo, la calligrafia familiare.
Quel saluto inaspettato avrebbe dovuto renderla felice,
ma seduta nella stanzetta dove aveva passato gli ultimi
mesi, di colpo si sentì nervosa. Il biglietto le riportava alla
mente troppe cose, troppo all'improvviso. Jo, Thomas,
la tesi. Cose dalle quali era fuggita venendo sull'isola di
Pasqua. Tutta quella parte della sua vita a Madison che
ora le sembrava incomprensibile. Una domanda la tormentava
fin dalla morte di Thomas: come mai non si era
accorta di cosa stava succedendo? Perché non si era resa
conto del suo tradimento? Era una donna intelligente,
laureata cum laude, con un dottorato in botanica e palinologia.
Eppure anche davanti all'evidenza, si era semplicemente
voltata da un'altra parte.
Gettò un'ultima occhiata alla lettera e la piegò per
rinfilarla nella busta. Aveva le membra doloranti, ma
adesso non sarebbe riuscita a dormire. Non voleva restare
a letto a elencare taxa fino all'arrivo del sonno.
Si cambiò e andò alla ricerca di Burke-Jones.
Il laboratorio era buio. Vicente e Sven, esausti, erano
andati in albergo a dormire e forse anche Burke-Jones
era tornato all'Espiritu. Ma il suo silenzio al momento
del congedo la induceva a credere altrimenti. Accese la
luce e sbirciò nella stanza. Era tutto in ordine, ma di lui
non c'erano tracce. Ma varcando la soglia vide per la prima
volta le dimensioni del mondo in miniatura. Il lungo
tavolo contro la parete davanti alla porta era solo l'inizio.
Perpendicolari ai lati della stanza c'erano sei
piccoli tavoli con sopra verdi isole di cartapesta, piccoli
moai intrappolati in filo dentale e stuzzicadenti. In alcuni
punti le statue erano appoggiate sopra mucchietti di
gelatina. Passò la punta delle dita lungo la testa di una
statuina per scoprire che aveva la stessa grana ruvida
delle vere statue, tufo vulcanico. Che Burke-Jones avesse
pagato un intagliatore perché producesse centinaia
di moai grandi come una lattina? Oppure le aveva intagliate
personalmente, con la meticolosità con cui aveva
costruito il resto?
Attraversò quel labirinto di universi alternativi ma
quasi del tutto identici. In alcuni i moai erano solo leggermente
più eretti che in altri, e poi ne capì la ragione: seguivano
un tempo cronologico. Disposta su quei tavoli
c'era la storia dell'isola. Sull'ultimo l'architetto aveva
messo i moai crollati, un paesaggio arido di statue cadute.
Greer spense le luci e uscì. Adesso l'aria si era rinfrescata
e il cielo era buio. Si avviò verso il villaggio con
l'aiuto della torcia. Si fermò all'Hotel Espiritu dove un
assonnato Elian, il sorvegliante notturno, le disse che
Burke-Jones non era ancora tornato. Elian si portò alle
labbra un bicchiere invisibile e vacillò. «Senòr Burke-Jones
beve, credo.»
Greer uscì dall'albergo e tagliò verso la strada principale...
nessuna traccia. Lasciandosi il paese alle spalle localizzò
la sua jeep di fianco alla strada che portava alla
vecchia colonia dei lebbrosi. Seguì il sentiero fino a dove
la luna illuminava il semicerchio di capanne abbandonate.
Vicino a una capanna c'era una figura seduta.
«Randolph?»
Non ebbe risposta, ma avvicinandosi vide che non si
trattava di Burke-Jones bensì di Luka Tepano.
Era seduto con le ginocchia piegate contro il petto, si
cingeva le gambe con le braccia tenendo le mani sopra
le scarpe. Aveva la fronte bassa, ma sentendola alzò gli
occhi.
«Oggi ti ho visto vicino ai moai» disse lei. Era la prima
volta che gli parlava. «Habla usted inglési Sto cercando
un amico. L'ingegnere britannico. L'uomo che ha organizzato
l'esperimento.»
Lui accennò un sorriso, ma Greer non fu certa che
avesse capito. Luka riabbassò il mento sulle ginocchia.
Era vecchio, aveva la faccia profondamente segnata ma
perfettamente rasata. I capelli folti erano ben pettinati e,
nonostante l'abbigliamento trasandato, sembrava in ordine.
Il modo in cui era seduto rivelava una pacata dignità.
Sembrava assorto nei suoi pensieri. Greer dubitava
che Luka Tepano avrebbe notato Burke-Jones anche
se gli fosse passato davanti.
«Iorana» disse lei e riprese la strada verso la costa,
proseguendo lungo il sentiero, verso il cimitero - lo
stesso percorso fatto durante la sua prima settimana
sull'isola. E fra le croci sparse lo vide.
«Randolph, sono Greer. Sono venuta a vedere se stai
bene.» Si avvicinò alle croci che spiccavano bianche
contro il cielo nero, rallegrate da margherite e nasturzi.
L'inglese, appoggiato a una lapide, teneva le mani in
grembo, sereno. «Guarda.» Piegò la testa all'indietro.
«Una. Due. Tre. Quattro. La Croce del Sud.»
Greer alzò lo sguardo alla miriade di stelle. «Ci sono
dei vantaggi ad avere pochi lampioni» disse.
Gli si sedette accanto. Sulla croce davanti a lei c'era
scritto: "Te Haha Huke. 1864-1922". Nato nel 1864, l'anno
dell'arrivo dei missionari, molto tempo dopo la caduta
degli ultimi moai.
«Senti, Randolph, c'è qualcosa nel mio lavoro che potrebbe
aiutarti. Non solo gli alberi Triumfetta semitriloba,
ma le palme... Potrebbero esserci state delle specie di
palme sull'isola. Ho del polline fossile di una pianta che
avrebbe potuto coprire tutta l'isola, quando sono arrivati
i coloni, però non ci è noto niente di simile. Sospetto
che sia una palma, anche una brava ricercatrice di
Strasburgo sospetta che sia una palma, ma non conosciamo
la specie esatta. Ne esistono infinite varietà, perciò
non ci può dire molto della vita dell'isola. Comunque
qui non cresceva soltanto la Sophora toromiro, ne
sono sicura.»
«Bene.»
«Non avevano soltanto le corde. Capisci dove voglio
arrivare?»
Lui si protese verso di lei, la faccia sempre serena e lei
pensò che fosse sul punto di rispondere, invece la baciò
sulla bocca. Le sue labbra erano calde e secche e si mossero
teneramente sulle sue. Greer sentì la risposta curiosa
del corpo a quell'intimità dimenticata.
«Scusami» disse lui scostandosi.
«Va tutto bene, Randolph.» Greer si appoggiò alla lapide.
Era il suo primo bacio da quasi un anno, il suo primo
bacio da un uomo che non fosse Thomas da una decina
di anni. Si sentiva strana.
«Hai mai visto Lydia?» le chiese. Con lentezza sfilò
dalla tasca posteriore un portafoglio pieno di foglietti.
Senza dover cercare, estrasse una piccola fotografia dai
contorni slabbrati; al buio Greer riuscì vagamente a distinguere
un volto di donna. «Lydia» disse lui.
«Era molto bella» disse Greer guardando come se ci
si vedesse bene. «Una bella donna.»
«Una volta lesse un libro sull'isola di Pasqua. Era un libro
illustrato. E sai che cosa disse? Disse: "Randolph, chissà
come hanno spostato quelle cose gigantesche".» Riprese
la foto e la rimise nel portafoglio. «Adesso basta.»
«Randolph» disse Greer alzandosi. «Dovresti andare
a dormire.» Gli tese le mani e lui le afferrò, balzò in piedi,
tanto più leggero della statua che per tutto il giorno
avevano cercato di smuovere.
Tornarono in silenzio ad Hanga Roa, senza riprendere
la jeep. All'Hotel Espiritu Elian spuntò con un sorriso,
sicuro che Greer avesse trovato Burke-Jones ubriaco
per strada. Si affrettò a prenderlo per il braccio e a guidarlo
dentro.
Greer tornò a casa di Mahina, superando gli altri piccoli
alberghi, i residenciales; guardò i fili di luce che filtravano
dalle persiane di legno e si chiese se dietro
quelle finestre ci fossero altri come Burke-Jones, venuto
su quell'isola in cerca di una risposta impossibile. All'insegna
del Residencial Ao Popohange svoltò a sinistra,
verso la strada che tagliava per la costa meridionale.
Erano quasi le dieci, ma non era ancora pronta a
tornare in camera sua, alla lettera, al ricordo di quello
che aveva perso.
Quando la truffa di Thomas era stata scoperta, lui aveva
dato le dimissioni da Harvard, aveva chiuso il laboratorio
e l'ufficio e trasportato ogni cosa a Marblehead. In
tutto quel tempo era rimasto silenzioso, mentre trasferiva
la sua vita - vent'anni di taccuini pieni di dati, premi
incorniciati, ritagli di giornali, citazioni, una lettera di
Albert Einstein - dentro scatole di cartone, e mentre decideva
dove sarebbero andate - soffitta, seminterrato,
studio - come se fosse determinato a mettere ordine al
caos. Greer stessa stava ancora cercando di comprendere
che cosa fosse successo. Thomas aveva falsificato i suoi
dati. Mags non esisteva. Bruce lo aveva smascherato. Ma
dove era stata lei fino ad allora? Che cosa ci faceva sposata
a un uomo cui importava così poco della scienza? Cui
importava così poco di lei da essersi appropriato, anni
prima, della sua equazione, come ormai era certa?
Capì che doveva lasciarlo, però non sapeva come.
«Non mi aspetto che tu resti con me» le disse lui una
sera.
A Greer venne da ridere: per anni aveva cercato di essere
all'altezza delle sue aspettative, e ora scopriva che
lui non si aspettava un bel niente.
«Non ti lascio per lo scandalo» disse. «Tu sai perché
lo faccio.» La collera era troppo forte perché lei riuscisse
a esprimerla.
«Lo so».
Era seduto sul portico con in grembo un taccuino che
risaliva agli anni nel Wisconsin. Sembrava stranamente
calmo, come se non fosse accaduto nulla, come se non
dovesse delle scuse a nessuno.
«Come mai non accennavi all'impollinazione fatta
con l'inganno?» chiese lei. «Nelle tue lezioni introduttive.
I fichi strangolatori. La rafflesia malese. L'assenzio.
Perché non includere qualcosa sui fiori fantasma o le orchidee
solari? Fiori che fingono di essere ciò che non sono.
Imitazioni. Per attirare le api.»
«Lily, hai il diritto di essere delusa.»
«Ho il diritto di essere fuori di me dalla rabbia.»
«Non ha niente a che vedere con noi.»
«Questa è la parte peggiore, Thomas.»
Un conto era decidere di andarsene, ma approdare in
un posto nuovo era tutta un'altra faccenda. Greer scrisse
lettere a molte università, chiedendo una sistemazione
come ricercatrice; fece domanda per diverse borse di
studio. E poi, mentre ancora stava cercando di capire
dove sarebbe finita, Thomas ebbe un attacco di cuore.
Morì sull'ambulanza prima di arrivare all'ospedale.
Non gli aveva mai chiesto della tesi, ma adesso era
certa che lui le avesse rubato l'equazione. Quello che
però ancora non capiva, era perché diavolo lei glielo
avesse permesso. L'interrogativo l'aveva ossessionata
per mesi. Mentre impacchettava le cose di Thomas, dava
disposizioni per il funerale e cercava di orientarsi tra
i documenti dell'assicurazione, continuò a ripensare a
quella notte a Madison quando lui era tornato dalla
conferenza e aveva tirato fuori lo champagne, e a chiedersi
perché lei non gli avesse detto: Tu l'hai rubata a me.
Ma finalmente, dopo tutti quei mesi sull'isola, dopo
avere superato la confusione e la stanchezza del dolore,
adesso capiva perché non gliel'aveva detto. Si era rifiutata
di vedere il tradimento per mantenere viva l'idea
dell'uomo di cui si era innamorata, aggrappandosi all'illusione
di lui, del loro passato insieme.
L'amore, pensò, o quantomeno il ricordo dell'amore, è determinato a sopravvivere, è la più forte di tutte le emozioni.
Greer non sapeva fin dove si era inoltrata. La stanchezza, la fatica della giornata le faceva sentire le gambe pesanti. In un punto dove l'erba si incontrava con le rocce si sdraiò. Dall'oceano arrivava una brezza fresca e nello scoglio più sotto vide una fenditura. Su quell'isola c'erano davvero tanti crepacci, pensò, come se fosse stata scagliata con negligenza da un'altezza tremenda.
Gli occhi di Greer erano asciutti e pesanti, sul punto di chiudersi. Davanti a lei sul terreno buio sembrava che un granchio in miniatura si muovesse nella sua direzione, con le chele che battevano rapide. Si avvicinò ancora, lucido e nero al chiaro di luna, con un lampo di rosso sotto la pancia.
«Eccoti qui» farfugliò lei sentendosi scivolare nel sonno.
...
.
...
CAPITOLO 23.
...
.
...
Al limitare del cratere di Rano Raraku, Max racconta a Elsa della guerra. L'assassinio dell'arciduca e la dichiarazione di guerra austro-ungarica lo avevano raggiunto in Cina e per mesi la sua flotta di stanza a Tsingtao ha cercato di far ritorno in Germania. Pagan, Ponape, Eniwetok, Majuro, Samoa, Tahiti, l'isola Christmas: hanno percorso a zigzag ottomila miglia di oceano. «Otto navi, sotto una nube costante di fumo nero, senza essere mai scoperte dai ricognitori nemici» dice Max, guardando le facce di pietra scolpite a metà. All'isola Fanning hanno fatto saltare la stazione radio. A Bora Bora hanno finto di essere francesi, battendo bandiera francese e dipingendo un altro nome sulla fiancata, sopra l'originale. Max racconta in dettaglio ogni ancoraggio, ogni pericolo scampato. Dopo tanto tempo in compagnia dei suoi ufficiali, sembra sollevato all'idea di poter parlare liberamente, di esprimere qualche stupore e forse anche la paura di ritrovarsi in mezzo a una guerra che attraversa l'Europa intera. Non somiglia all'uomo che Elsa ricordava, l'uomo che a Strasburgo sedeva composto su quella panca mentre lei gli raccontava di Alice.
«Ma tu, Elsa, da quanto tempo sei su quest'isola? Dev'essere un'esperienza strana.»
«Strana, sì...» Per due anni, l'isola era stata tutta la sua vita: Alice ed Edward, Te Haha e Barattolo, la scrittura misteriosa, la lingua. Per due anni era stata immersa nella novità, aveva lavorato per adeguarvisi. E adesso guardare Max le sembra sbagliato, in un certo senso.
«Elsa, stai poco bene?»
«Starò bene. Io... io credevo che non ti avrei più rivisto.»
«E vedermi ti rende... infelice?»
«Mi devo abituare.»
«Hai pensato a me?»
«Naturalmente.» In realtà non ha pensato a lui quanto avrebbe immaginato. E in questo momento è consapevole di averlo sostituito, non con Edward, bensì con i suoi studi. Come se le ricerche sul passato dell'isola fossero in qualche modo riuscite ad allontanarla dal proprio passato. Come se il passato fosse una qualità alla quale era legata, un bagaglio che era obbligata a portare, ma che poteva essere riempito di contenuti diversi. La sua infelicità è stata cancellata dal crollo di una civiltà.
«Sei ancora più bella.»
«Credo che tu abbia guardato soltanto i tuoi ufficiali per troppo tempo.»
«E... sì, credo di sì, è un accenno di sorriso?»
«Max.» Qualcosa in lei si apre con un palpito, e allora allunga una mano per toccare delicatamente la sua. Come è strano che riesca a rivedere se stessa tre anni prima, a Strasburgo, seduta accanto a lui sulla panca di quel giardino, protetta dalle siepi e dagli arbusti, in un angolo di mondo che avevano fatto diventare privato. Max in un vestito marrone che fumava la pipa e le illustrava le varie specie di fiori, da quali habitat naturali provenivano, facendole osservare come il becco dei colibrì sembrasse fatto apposta per entrare tra i lunghi petali delle fucsie.
Un vento freddo le soffia sul viso. «Si sta facendo tardi» dice, e si alza.
«Elsa.»
«Mi dispiace.»
«Torna domani. Vieni dove siamo ancorati. Te ne prego. Parleremo ancora. Mi racconterai delle tue tavolette e delle statue. E, se vuoi, di tuo marito.»
Lei monta sul pony. Mentre Max le tende la lanterna la colpisce un'idea impossibile. «Non sei qui per... me?»
«Sapevo che eri qui.»
«Ma...» Non sa che cosa aggiungere.
«Abbiamo attraversato l'intero Pacifico, venendo dalla
Cina, e lungo il percorso ci siamo fermati una mezza
dozzina di volte. Avevamo bisogno di raccogliere le forze.
E tu eri su un'isola nel Pacifico del Sud. Eri su quest'isola,
Liebling. Non potevo certo decidere di fermarmi
a fare rifornimento alla Juan Fernàndez.»
«Non riesco a credere che tu sia qui. Qui.»
«Hai bisogno di riposare, Elsa. È tardi. Ma-vieni, domani.»
Si getta un'occhiata alle spalle, verso il pendio
immerso nell'oscurità ed emette un breve fischio; il suono
di un pesante galoppo rompe il silenzio e appare un
ufficiale a cavallo che si ferma salutando. Il volto di
Max ritorna più duro e severo. Come calamite i suoi stivali
neri e lucidi scattano. Saluta con un breve cenno.
«Elsa.» Si rivolge a lei e la afferra per le braccia. «Ti
rendi conto, ovviamente... non devi dire niente della
guerra, a nessuno.» Abbassa la voce. «Nessuno.»
Lei sa che si riferisce soprattutto a Edward. «Nicht»
risponde, e ritorna verso l'accampamento seguendo
l'ufficiale silenzioso.
L'indomani mattina racconta a Edward che i tedeschi
hanno richiesto il suo aiuto.
«Certamente non hanno difficoltà a esprimere le loro
esigenze.» Edward si sta preparando una tazza di tè, ripetutamente
alza e immerge nell'acqua il globo argenteo
del filtro. Hanno consumato quasi tutta la scorta di
tè e ormai si accontentano di un pizzico di foglie, cercando
di ricavarne tutta la fragranza.
«Vogliono acquistare bestiame» spiega Elsa. «È meglio
che sia io a parlare con gli isolani, perché non nascano
fraintendimenti sul pagamento.»
«Sì, meglio aiutarli. Ancora niente tracce di giornali?»
«Riproverò oggi.»
«In cambio di tutto l'aiuto che stanno chiedendo ci si
aspetterebbe di ricevere qualcosa in cambio.»
«Davvero.»
«Pensavo» comincia Edward, spingendo la tazza di
tè sul tavolo verso Elsa, «che l'interesse del comandante
per le tavolette» solleva il bollitore dal fuoco e versa
l'acqua in un'altra tazza «era insolitamente appassionato.»
Immerge il filtro nella tazza e lo agita con aria assorta.
«Forse sarebbe più prudente non mostrare ai tedeschi il tuo lavoro sulla traduzione.»
«Edward.»
«Non si può dire che non si siano comportati in maniera strana.»
È naturale che il comportamento di Max gli sembri sospetto.
«Mi rendo conto che la mia esperienza di navigazione
è soltanto sportiva, eppure quando si approda esistono
delle priorità, c'è una certa gerarchia di faccende
di cui occuparsi. Tavolette di legno? Non mi pare proprio
la cosa più urgente. Non sopporterei di vedere il tuo
lavoro, il nostro lavoro, rivelato alla stampa da altri. E
nel caso fossero interessati a fotografare i moai, penso
che farò meglio a nascondere gli scavi.»
Contraddirlo spiegando che il comportamento di
Max è normale le sembra inutile.
«Il posto più sicuro è la goletta» riprende Edward.
«Posso far pulire la barca e portarla qui. Nasconderemo
tutto a bordo e loro non si accorgeranno di niente. Penso
che sia meglio che tu vi trasferisca anche i tuoi diari.»
«Naturalmente.»
Dalla tenda di Alice arriva un gridolino soffocato e
poi le parole: «Cattivo Pudding».
Edward beve un lungo sorso di tè. «Voglio che tu
sappia che ho chiarito ogni cosa con lei. Le ho spiegato
nei dettagli le regole della nostra relazione. I rapporti fisici
sono proibiti, di qualsiasi tipo. Baci, abbracci. Alice
si rende conto che sarebbero completamente fuori luogo.
È molto infelice. È arrabbiata con me. Si sente... rifiutata.
E penso che per il momento sia meglio se mi
tengo lontano.»
«Come tu desideri» risponde Elsa alzandosi. «Vado a
controllare che stia bene.»
«Forse non vorrà vedere neppure te.»
«Io e Alice abbiamo avuto le nostre difficoltà molto
prima che tu entrassi nella nostra vita. Abbiamo già litigato
in passato. Andrà tutto bene. Alice starà bene.»
Ma nella tenda la sorella non vuole parlarle.
«Allie. Non puoi restare arrabbiata per sempre.»
«Pudding» risponde Alice, «non essere arrabbiato.»
«Allie, guardami. Parlami.»
«A Pudding si parla sempre.»
«Allie, vado a Vinapu. Vuoi venire con me?»
Alice sbuffa. «Vinapu. Vinapu. Vinapu.»
«Non devi venire se non ne hai voglia. Verrò a trovarti
più tardi, quando ritorno.»
«Pudding non va mai a Vinapu.»
Elsa le si avvicina e cerca di deporle un bacio sulla
fronte; Alice rimane perfettamente immobile.
«Non starò via molto. Torno a trovare te e Pudding tra poco.»
Elsa chiude la tenda e dice a Edward. «Sta bene. Vuole
solo riposare.» Poi parte per la costa meridionale, diretta al porto.
Lungo il sentiero l'odore acre del carbone riempie l'aria.
Sente il clangore delle catene e dei cavi, il rombo dei
motori, le voci che si alzano in ondate di canti. Poi, arrampicandosi
sulla rupe sopra il porto di Vinapu vede
sull'acqua otto vascelli grigi. Ma a causa della confusione
che li circonda - gru di sollevamento da cui penzolano
sartie e gomene, lance che vacillano sotto il peso dei
marinai bruciati dal sole che si avvicinano lentamente
alla riva - le navi sembrano enormi strisce di metallo
inerte. Su una fiancata della più grande gli uomini gettano
ceste di carbone dentro le grandi stive cantando
Wem Gott will rechte Gunst erweisen.
Elsa lega il pony e si avvia lungo il sentiero che porta
alla baia dove le lance, le scialuppe e le canoe della gente
di Rapa Nui affollano la riva. Una piccola nave di
rifornimento quasi in secca è legata al molo con corde e
catene. Una piramide di grossi barili di legno copre il
ponte. Le casse sono ammucchiate a formare torri. Sulle
rocce ci sono accatastate dozzine di sacchi rigonfi di iuta
macchiati della linfa delle patate dolci, degli ananas e
delle zucche. Un giovane ufficiale li trascina uno dopo
l'altro senza smettere di fumare.
Vede Elsa avvicinarsi lungo il sentiero e soffia un annoiato
pennacchio di fumo verso il sole. «Von Spee? Ja?»
«Ja.»
Lascia cadere il sacco e l'accompagna verso una piccola
barca. Butta la sigaretta e mette in moto il motore
tossicchiante. Elsa guarda la riva diventare più piccola e
si rende conto che questa è la prima volta che lascia l'isola
in due anni. Ben presto arrivano lungo la fiancata
della più grande delle navi da guerra, un'enorme murata
di metallo rinforzato. Lungo la fiancata scale di corda
penzolano come liane, e davanti a una scaletta di metallo l'ufficiale spegne il motore. Si alza e allunga una mano
indicando Elsa e poi la scala. «Ja?» Lei annuisce. Avvolgendo
l'orlo della gonna intorno a un polso si
arrampica, con gli stivali che risuonano contro i pioli.
Sull'enorme distesa del ponte principale fumaioli e gru
si alzano tutt'intorno a lei e in mezzo c'è una fitta rete di
corde, come un gigantesco ripiglino. Percorre il ponte,
cercando di immaginare quella nave in mare, mentre taglia
le onde, e centinaia di uomini che gridano ordini,
afferrano funi. Ci saranno senz'altro armi da fuoco e
cannoni. Possono venire attaccati.
«Hallo! Hallo!» Da sottocoperta arriva un ufficiale sorridente
con l'uniforme bianca che brilla al sole.
«Ich suche Admiral von Spee» chiede lei.
Alle sue parole il volto abbronzato e carnoso dell'ufficiale
si riempie di gioia. Si avvicina a grandi passi e
l'accompagna giù per una scaletta attraverso un labirinto
di stretti corridoi illuminati da lampadine spoglie.
Davanti a una porta nera con un'insegna dorata l'ufficiale
batte quattro rapidi colpi. Prima che la porta si
apra fa un inchino a Elsa e disegna con il braccio un lento
arco galante. Ma quando la maniglia si abbassa ed
emerge la faccia dell'ammiraglio, il gesto si trasforma in
un secco saluto.
«Max, ma questa è una città... galleggiante.»
«Weg» ordina Max. L'ufficiale si volta e si allontana.
Max appoggia la mano sulla spalla di Elsa. «Sei venuta.
E sembri riposata.»
«Dove sono tutti?»
«In licenza sulla terraferma. Sono stati a lungo in mare.
Entra, siedi.»
Lei lo segue dentro la piccola cabina. Molte carte coprono
un tavolo sotto l'oblò e per il resto la stanza è
spoglia. Siede su una panca coperta da un cuscino, potrebbe
essere un divano o anche un letto.
«Devo confessare che immaginavo vivessi con un po'
più di lusso.»
«Avresti dovuto vedere la nave a Tsingtao. Tappeti,
dipinti, tappezzeria francese. Tendoni per le danze allestiti
sul ponte. Questa cabina era rivestita di pannelli di
legno. Ho avuto la mia parte di lusso.»
«E poi avete cambiato stile?»
«Tutte le cose infiammabili... sono rimaste in Cina.»
Infiammabili. Gli si ripresenta l'immagine della nave
con i cannoni che sparano, del fumo che copre i ponti. Si
alza e guarda fuori dell'oblò. «Gli isolani verranno a
trovarti. Le canoe sono fuori. Si divertono a sorprendere
la gente mentre dorme.»
«Sono già venuti. Abbiamo dato loro sapone e carne
in scatola, anche se abbiamo ben poco da sprecare. Ci
sta costando parecchio, questa finzione di pace.»
«L'evento verrà riportato nella storia di Rapa Nui, lo
sai. Non ricevono molte visite.»
«Purché non venga radiotrasmesso.»
«Non ci sono radio.»
«Lo so.»
Ora si volta a guardarlo e i loro occhi si incontrano
con solennità. «Ci stanno dando la caccia, Elsa. Gli inglesi.»
«Grazie al cielo l'oceano è grande.»
«La Germania si trova a migliaia di miglia di distanza.
Migliaia.»
Lei guarda le carte aperte sul tavolo e ne gira un'estremità,
poi un'altra. «Per quanto potete restare ancorati
qui?»
«Per pochi giorni. Stiamo aspettando un'altra nave.»
Che cosa può mai dirgli? Non andare? Immagina che
quell'identica supplica stia salendo a ondate in quel
preciso istante sull'intera Europa. Ne conosce la futilità,
l'ingenuità.
«Bene...» È lui a rompere il silenzio. «Adesso sai a che
cosa mi dedico, quando non porto i bambini a spasso
nel bosco.»
Elsa lascia cadere le carte. «E adesso tu sai a che cosa
mi sono dedicata io da quando ho smesso di rincorrere i
tuoi figli.»
«È molto più vecchio di come l'avevo immaginato.»
«Ah! Nemmeno tu sei un giovanotto.»
«No. Sono invecchiato?»
«Chiunque sembrerebbe più anziano su una nave da
guerra.»
Ma l'allegria muore con la stessa rapidità con cui è
nata. Come un uccello entrato nella stanza che, dopo
qualche rapido battito d'ali, esce dalla finestra.
«La situazione è grave, vero?»
«Sì, Liebling.»
«E tu sei in un grave pericolo.»
Lui le prende la mano. «La mia flotta è composta da
quasi duemila uomini. Nella maggior parte dei casi uomini
addirittura più giovani di te. A Samoa sono scesi a
terra, hanno amoreggiato con le donne e bevuto, e poi
hanno scritto, come fanno sempre, sui tronchi degli alberi
e sulle grandi rocce. "Fritz è stato qui, 1914, marinaio
della Scharnhorst." Prima di partire abbiamo mandato
una squadra a cancellare le scritte, i nomi, i segni
che desideravano lasciare.» Fa una pausa. «Ci stanno
dando la caccia in tanti.»
Adesso lei capisce che cosa sta cercando di spiegarle
ma che non può dire: non riuscirà a tornare in patria. Le
probabilità di farcela sono pari a zero. È per questo che
è venuto.
«Dimmi, Elsa, quali sono i tuoi pensieri?»
Lei sta pensando alla nave spogliata dei rivestimenti
di legno, dei tessuti. La sta immaginando in fiamme.
«Penso all'Inghilterra» dice. «Alla casa di mio padre. Mi
piacerebbe rivederla.»
«Sì» dice lui. «Anch'io sogno la mia casa. Strasburgo.»
«Il giardino.»
«Il giardino» ripete lui con un sospiro. «Tua sorella è
qui, non è vero?»
«Alice, sì.»
«Sta bene?»
«Diciamo di sì. Ma è diversa.»
Elsa si avvicina all'oblò e Max la segue. Insieme guardano
verso la riva. Le rupi, l'erba bruciata e le statue cadute.
Come sembra tutto piccolo visto da qui.
«È strano questo paesaggio» dice lui. «Diverso da
quel che abbiamo trovato sulle altre isole. Non ho mai
visto un'isola così arida.»
«Che cosa hai visto sulle altre isole?»
«Alberi del pane e palme da cocco. Tartarughe e uccelli
tropicali. Le altre isole sono come giungle.»
«Credo che anche questa sia stata come una giungla,
ma che poi sia successo qualcosa.»
«Cosa?
«Ha a che fare con i moai, con il loro trasporto e il motivo
per cui si trovano così, a faccia in giù.»
«Sembrano tombe» dice Max.
«Sono tombe. Quelle piattaforme su cui stavano...
sotto vi seppellivano i morti. Le statue sono simboli dei
defunti. Degli antenati. E non credo che siano cadute.
Su quelle tavolette di legno ci sono le storie. Le storie di
quest'isola. Qui un tempo la vegetazione era lussureggiante.
Potrebbe trattarsi soltanto di una leggenda, di
folklore, tuttavia...»
«Raccontami.»
«Vuoi davvero sentirlo?»
«Perché non dovrei?»
«È triste» dice lei.
«Bene» replica Max. «Così sappiamo che è vero.»
Durante i sei giorni successivi Edward smantella gli
scavi e trasferisce le kohau, i quaderni di appunti, il diario
di Elsa con la traduzione del rongorongo e gli schizzi
dei moai - qualsiasi cosa con cui i tedeschi potrebbero
sparire nel bel mezzo della notte - sulla goletta ripulita
e di nuovo ancorata davanti ad Anakena. Elsa aiuta
Max nell'acquisto dei rifornimenti per le sue navi. Vengono
barattati manzi, agnelli, polli. Aiuta persino alcuni
ufficiali a comperare statuine di legno come souvenir.
L'addio tra lei e Max avviene nella cabina. Siedono in
silenzio una accanto all'altro, mentre ascoltano lo strepito
delle catene delle ancore, il frastuono delle onde
contro la fiancata della nave. È come quando sedevano
nel giardino di Strasburgo, con la differenza che durante
questa settimana non sono stati costretti a comportarsi
con decoro e proprietà. Come per alleviare il bisogno
di parlare, Elsa lo bacia e subito sente tutto il suo peso
contro di lei e in questo peso la sua assenza; già percepisce
il momento in cui il suo corpo non sarà più lì, avverte
insieme la presenza e la perdita. E proprio ora, mentre
giace sotto di lui, la sua mente ritorna a quel giorno
a casa di Edward, quando in piedi guardava il baule
vuoto chiedendosi che cosa l'aspettasse, ed è come se,
dopo un lungo viaggio, fosse diventata infine quell'Elsa del futuro.
Lo stringe a sé.
«Non piangere, Liebling.»
«Non piango mai» dice lei. Ma sente una lacrima correre dall'angolo dell'occhio.
Quando Max si alza non riesce più a trattenersi. «Non andare.»
Nella semioscurità lui sorride. «Finalmente, mi chiedevo se per caso tu non vedessi l'ora di liberarti di me.»
«Rimani.»
«Impossibile.»
«Allora ci rivedremo quando tutto sarà finito. Tu verrai
a trovarmi nell'Hertfordshire. Vedrai i nostri giardini
in primavera. Mi dirai tutti i nomi dei fiori.»
«Certamente.»
«Prenderemo il treno per Londra e andremo a visitare il British Museum.»
«Assolutamente. Il museo.» Lo abbraccia e un'espressione
di dolore, un dolore mai visto, passa sul suo volto.
Come se parlasse a se stesso, in tono inespressivo, Max
dice: «Le nostre vite saranno piene di gioia».
«Sono partiti, dunque?» domanda Edward.
«Sì» mormora Elsa ricordando le istruzioni ricevute da
Max. «Sono diretti a Pitcairn, per dare un'occhiata in giro
qualche giorno, e poi puntano verso le isole Matchegie'
Tahiti.» In realtà è da lì che sono venuti. «A quanto pare,
stanno facendo il gran tour.»
Ora la realtà della loro partenza la colpisce. Max è
partito, la flotta è partita. Hanno fatto ritorno all'oceano,
dove la caccia è aperta. Elsa cerca di ricordare ciò
che l'aspetta: Kasimiro, sì, deve tornare a trovare Kasimiro.
Deve impossessarsi della chiave. Max conveniva
con lei che fosse di estrema importanza. Le tavolette, il
rongorongo. Quantomeno è qualcosa di permanente.
«Alice non è stata bene» dice lui in tono nervoso.
«Puoi controllare che sia a posto?»
«Cos'è successo ?»
«Niente. Sempre il solito problema con le regole.»
«È stato necessario ricordarle le regole?» Il tono è
stizzito. Non vuole tornare a questa vita, a questa confusione.
«Ti garantisco che gliele ho spiegate bene.»
«D'accordo.»
«Sai, continuo a trovare estremamente insolito che non avessero a bordo nemmeno un giornale, né una rivista.»
«Forse ai tedeschi non piace leggere, Edward. Buonanotte.»
Accende una lanterna e la porta con sé verso la tenda di Alice.
«Allie» sussurra.
La tenda è vuota. «Allie» grida Elsa nella notte. E poi vede la gabbia, in un angolo della tenda c'è la gabbia di Pudding con la porticina spalancata, sul pavimento una solitaria piuma grigia.
La collana di semi è sul pavimento, spezzata.
La voce di Elsa si alza in un urlo che squarcia le tenebre: «Allie! Dove sei?».
...
.
...
CAPITOLO 24.
...
.
...
L'attacco di febbre arrivò all'alba, le si insinuò nella
fronte, salì sulle guance, avanzò lentamente lungo il
collo. La aggredì alle spalle, cercò di scuoterla dal sonno,
ma lei si rifiutava di svegliarsi. Si schiacciò di più
contro l'erba fresca. Con le dita calde e tese strinse una
pietra fredda, un cubetto di ghiaccio. La mente rallentò,
dormì, poi si svegliò con un sobbalzo e davanti sfilarono
delle immagini: una rana che dondolava a testa in
giù, un seme che galleggiava in un vaso. Un'isola. Un
fiore bianco in un campo d'ombre.
Aveva la lingua gonfia e calda come una pagnotta
che lieviti nel forno della bocca. Il collo le si irrigidì, la
gola si ingrossò, si gonfiò fino a quando il sibilo diaria
che lottava per farsi strada lungo l'ultimo jaraato
aperto raggiunse le orecchie. Sono diventata un albero,
pensò. Allora si voltò, o pensò di voltarsi. La faccia incontrò
una superficie compatta e bagnata, i capelli umidi
di sudore che le ricadevano intorno. Buio. Le dita dei
piedi prudevano... oppure erano le dita delle mani?
Dov'era andato il granchio? Stava strisciando sopra di
lei con le sue chele grosse e calde: ecco cos'era il fuoco
che sentiva muoversi sul suo corpo. Sì, faceva tanto caldo.
Il sole stava sorgendo, diffondeva il suo calore come
lava. Era in un vulcano, scossa da un'esplosione.
«Ti serve aiuto. Passami un braccio intorno al collo. Ti
prego, Greer, fai uno sforzo. Così, brava. Benissimo. Visto com'è facile?»
Adesso fluttuava sopra l'erba... era forse un sogno?
Stava cercando il fiore bianco, ma non riusciva a tenere
gli occhi aperti, il terreno sotto di lei si muoveva veloce,
tremava. Un terremoto. Sentiva le scosse, sentiva i denti
battere con il rumore secco dei dadi gettati sul tavolo.
Poi atterrò e l'acqua le bagnò il viso. Inondò gli occhi e
il naso e la bocca. Allora una freccia, un moschetto, un
revolver o una palla da cannone le trafisse il braccio, le
sfondò la carne per invadere la spalla, il collo, la testa...
A occhi chiusi, il respiro pesante e forzato, tentò di
mettersi seduta. Ma la gravità, forte come la risacca, la
ributtò indietro.
Nonostante le grosse coperte che le pesavano addosso
rabbrividì. «Ho freddo» sussurrò.
«Lo so. E la febbre. Ti dà i brividi. Passerà.»
«Quando?» Seguì un silenzio e dall'assopimento
profondo Greer alzò una palpebra, vide una fioca luce
gialla che brillava sul comodino: una candela? O una
lampadina di cui la febbre rendeva confusi i dintorni?
Riusciva a distinguere a fatica la parete bianca, la scrivania,
il piede del letto. Lui dov'era?
Sentì una mano stringerle il gomito attraverso le coperte.
«Qui» disse lui, ma la voce era molto lontana. Come
una voce registrata, la registrazione di una registrazione.
Lasciò reclinare la testa sulla spalla e abbassò lo
sguardo. Sul pavimento di fianco al letto lui giaceva supino,
un braccio piegato sotto la testa.
Si svegliò nell'oscurità con l'acqua tiepida che le
inondava la bocca.
«Greer, devi bere. Devi eliminare le tossine dal tuo
organismo. Sforzati, ti prego.» Ma le sue labbra erano
pesanti e incontrollabili, riuscivano a malapena a tenersi
attaccate alla faccia.
Qualcosa le si agitò nello stomaco, una creatura che si
stiracchiava, faceva capriole in fondo alla gola lottando
per liberarsi. La gola bruciava, bruciava il naso.
«Sì, querida. Va bene così. Il tuo corpo sta cercando di pulirsi.»
Dal pavimento saliva un odore rancido. Un asciugamano le pulì la faccia. «Bueno, doctora.»
«Mahina?»
«Sì, doctora.» Greer si sforzò di aprire gli occhi e vide
le macchie di luce attraverso le tendine. Mahina e
Vicente fluttuavano come ombre nella stanza, versando
acqua nel catino, torcendo e piegando asciugamani,
sussurrando in spagnolo. Avevano movimenti fluidi,
sembravano ballerini, bellissimi infermieri danzanti.
«Che giorno...?» La gola le faceva troppo male per finire la frase.
«È sabato» disse Vicente. «Sono passati tre giorni. Il
dottore dice che stai migliorando. Però devi riposare.
Riposare e bere liquidi.»
«Il dottore?»
«Dottore per doctora» cantò la voce di Mahina.
«Non sto migliorando.»
«Hai un colorito migliore» disse Vicente e Mahina concordò.
«Sì, sì» aggiunse la donna. «Ma dormi, adesso.»
Greer rotolò sul fianco, i capelli aggrovigliati. Lentamente
alzò il braccio e cercò di liberarli.
«Momento» disse Vicente. E lei sentì le sue dita che tracciavano
tre righe accurate lungo il cuoio capelluto, provò
un piacevole senso di freschezza mentre lui le liberava il
collo dai capelli e cominciava a intrecciarli. A ogni lento
incrocio della treccia la mente si offuscava di più.
Nei sogni vide l'isola verde smeraldo. Vi fluttuava
sopra esaminando ogni felce, ogni macchia di muschio, ogni fiore bianco.
Quando si svegliò sentì un venticello che entrava dalla
finestra e pensò di essere là, nel cielo sopra l'isola,
una nuvola. Ma quando aprì gli occhi ricordò tutto: la
stanza, il residencial, l'isola di Pasqua, la febbre.
«Mi sento solo indolenzita» disse.
«Il tuo corpo è esausto per avere lottato contro il veleno.»
Vicente si massaggiò il mento. «Stai molto meglio.»
Greer guardò: aveva le lenzuola attorcigliate intorno alle
caviglie, e le gambe pallide sporgevano da un cattano
arancione spiegazzato. Nella mano stringeva l'immagine
della Vergine Maria. Gliel'aveva data Mahina o l'aveva
afferrata lei nel delirio? L'appoggiò.
«Il veleno. L'ho eliminato?»
«I ragni non ne hanno molto. Però è molto potente.
Era già entrato in circolo. Comunque adesso è passata.
Hai davvero un bel colorito. Non hai idea. Quando ti ho
visto il primo momento... be', è stato terribile.» Vicente
si alzò adagio dallo sgabello. «Devo trovare Mahina e
dirle che sei sveglia e parli. Che la febbre è passata.»
Uscendo si chiuse la porta alle spalle senza far rumore.
Greer prese un profondo respiro. Le palpebre non
erano più pesanti. La febbre aveva abbandonato la sua
fronte, la sensazione di freddo al collo era sparita. Alzò
le braccia e le piegò senza sforzo. Roteò la testa, mosse
le dita dei piedi. Com'era strano e meraviglioso quel
corpo, pensò. Puntando le mani contro la parete allungò
i piedi fino alla sponda del letto. Ogni tendine,
ogni muscolo e ogni nervo si risvegliavano. Mai il corpo
le aveva dato tante soddisfazioni.
Si guardò intorno. Sul comodino c'era la pila di libri e
il vaso con il seme di magnolia. Il catino era ancora sulla
scrivania, con accanto un mucchietto di vestiti piegati
e una brocca d'acqua.
«Doctora!» Mahina fece irruzione spalancando la porta
seguita da Vicente. Le appoggiò la mano sulla fronte.
«Sì, sì» disse a Vicente. «Està mejor.» Mahina lasciò
che la sua gioia si diffondesse nella stanza e poi tornò
seria. «Perché sei andata in giro così? Fuori Hanga Roa!
Al buio? Tu sei pazza. Sei stata male per tre giorni.»
«Mi dispiace, Mahina. Ero andata a fare una passeggiata.
Mi sono addormentata.»
«Tu fortunata. Molto fortunata. Quest'isola non è posto
per fare cose pazze. Qui troppe cose possono andare
male. Quando torni in America allora puoi fare cose
pazze, quante tu vuoi. Qui la notte resterai da Mahina e
dormirai nel letto. Capito?»
«Sì.»
Mahina socchiuse gli occhi.
«Sì, ho capito» disse Greer.
Spostandosi ai piedi del letto Mahina districò il lenzuolo
e lo distese sopra Greer. «Hai avuto molte visite.
Non sapevo che conoscevi così tanta gente a Rapa Nui.»
Si spostò sul lato e rimboccò il lenzuolo. «Tutti dicono
doctora americana sta morendo e tutti vengono a vedere
da Mahina. Mario. Vittorio.» Passò all'altro lato e ripeté
lo stesso gesto. «Come un film, pensano. Qui non succede
niente, non c'è niente da fare, così vengono a vedere
la mia doctora.» Mahina guardò Greer, la sua doctora, ripiegò
il bordo superiore del lenzuolo e lo sistemò sotto
le braccia di Greer. Era riuscita a rifare il letto con Greer
dentro. «Ho detto no, andate via.» Si mise le mani sui
fianchi. «Anche a Ramon ho detto no. Ho detto doctora è
persona riservata, non le piacerebbe.»
«Però hai lasciato entrare Vicente.»
«Ah, sì.» Mahina sorrise, chiaramente compiaciuta
che lei avesse sollevato l'argomento. «Vicente è tuo collega.»
«Ho molti colleghi qui, Mahina. Comunque sono
contenta che tu lo abbia lasciato entrare.»
«Sono venuti senor Urstedt e Isabel. Ho detto no e
senor Urstedt ha sbirciato dalla finestra.»
«Per fortuna» disse Vicente «Sven non ci passava e
Mahina lo ha preso per le gambe. Mi dispiace che tu ti
sia persa la scena, Greer. Ti saresti divertita.»
Mahina sorrise strofinandosi le mani. Le piaceva sentirsi
parte dello scherzo. «Sì, sì. Adesso vado preparare
pranzo per Isabel. E un problema. Lei vuole essere magra
e mangia solo frutta e verdura! Quando hai fame,
Greer, preparo dieci polli per te.» Se ne andò con un leggero
tonfo della porta e mentre attraversava il cortile
sentirono che canticchiava.
«Senti, Vicente, ti devo molti ringraziamenti.»
«È stato Luka Tepano a trovarti. Mi ha portato lui da
te. E poi abbiamo fatto tutti la nostra parte. Soprattutto
Mahina. Sei come una di famiglia, per lei. Non vuole
che tu te ne vada» disse Vicente indicando Greer sigillata al materasso.
«Be', per adesso non andrò da nessuna parte. Sono stanca.»
«Sì, certo.» Vicente si ritirò verso la porta. «Hai bisogno di riposare.»
«No. Non intendevo...»
«Ti lascerò dormire. Ma prima, tieni.» Si tolse di tasca
un piccolo oggetto e glielo appoggiò sul palmo. «Lo
avevi in mano quando ti abbiamo messa a letto. Non
volevi lasciarlo andare, ho dovuto tirare dito per dito
per aprirti la mano.» Rise. «Sei piuttosto forte, sai.»
«L'avevo in mano?» Era più o meno della dimensione
di una noce. Il guscio si era ossificato. «È un fossile.»
«Forse è per questo che sei uscita così tardi. Eri sulle
tracce di un fossile. Non avevi tempo da perdere. Era
nelle grotte. E quando lo hai trovato, quando lo hai raccolto
da terra, il ragno era nascosto sotto.»
«Mi piace questa storia. Mi piace molto.»
«Adesso riposa.»
Lui chiuse piano la porta e Greer fece rotolare l'achenio
nella mano, lo alzò alla luce. «Ciao, piccolo angiosperma.»
Qualche sera dopo Vicente passò da lei a riferirle la
decisione di Burke-Jones di lasciare l'isola.
«Dice che gli dispiace» spiegò Vicente, di fianco al
letto. «Mi ha incaricato di salutarti.»
Greer non aveva più visto Randolph dalla notte al cimitero.
«Non poteva venire a farlo di persona? Non sto
molto lontana dall'Espiritu.»
«Conosci Burke-Jones. Non credo che ami gli addii.
Ma dice che gli mancherai. Per la verità, ha detto...»
Vicente chinò la testa e mormorò: «..."Sentirò la sua mancanza".»
Greer ricordò la foto nel portafoglio. Lydia.
«Penso che l'Inghilterra gli farà bene.»
«Burke-Jones se ne andrà in India.»
«In India?»
«Lo so. È stata una sorpresa per tutti.»
«Che cosa c'è in India?»
«A parte un miliardo di persone?»
«Sei decisamente di buonumore.»
«Oh, sì!» esclamò lui sedendosi ai piedi del letto. «Sto
aspettando un telegramma.»
«Da chi?»
«Chi altri? Dal mio ammiraglio tedesco preferito! Un
altro dispaccio dalla sua nave.»
«Credo che tu sia molto più interessato alle tavolette
mancanti che a quelle a tua disposizione.»
«È passato per la mente anche a me.»
«Per uno studioso è un approccio pessimista.»
«Diventerò ottimista quando avrò trovato quelle tavolette.»
«Allora, che cosa ci va a fare Randolph in India?»
«Si interessa a qualcosa che riguarda la costruzione del Taj Mahal.»
«Aspetta.» Greer chiuse gli occhi, alzò una mano.
«Sto vedendo qualcosa. Un'immagine... centinaia di Taj Mahal in miniatura.»
«Un piccolo universo di palazzi di marmo.»
Risero.
«Allora buon per lui» disse Greer sistemando le coperte.
«Comunque mi mancherà. Sven sarà triste.»
«La senorita Nosticio lo aiuterà a superare il dispiacere.»
«Isabel? Stanno davvero insieme?»
«Te l'ho detto che gli piacciono le donne più vecchie.»
Ci fu un leggero colpo alla porta.
«È aperto» disse Greer.
Entrò Mahina con due ciotole e guardò Greer e Vicente
con aria compiaciuta. Porse a ognuno una ciotola e dalla
tasca del grembiule tirò fuori due forchette scintillanti.
«Grazie, Mahina» disse Greer.
«Peti» cantilenò la donna chiudendosi la porta alle
spalle.
«Pesche. Oh-oh. So che cosa significa. Sei in camera
mia, seduto sul mio letto.» Greer conficcò la forchetta
nella mezza pesca lucente e gliela mostrò. «Credo che
questa sia l'idea che Mahina ha di una dote.»
«Infatti mi sono messo a dieta in vista del banchetto umu.»
Greer infilò in bocca una fetta di pesca gustandosi lo sciroppo. «Sai, volevo dire qualcosa a Mahina in merito a suo marito.»
«Un argomento non facile.»
«Ma è un'amica. Potrò pur dirle qualcosa, no?»
«Che cosa vorresti dirle?»
«Non so. Che dovrebbe procurarsi un biglietto per
Santiago, per Buenos Aires, per Rio, vedere il mondo e
vivere la sua vita. Vedo Mahina e Ramon in una fuga romantica,
che sorseggiano bevande tropicali, in un albergo
dove sono loro a farsi servire la colazione ogni mattina
e dove c'è qualcun altro che pulisce la loro camera.»
«La parola che definisce questo genere di fantasia è
immischiarsi, credo.»
«Io direi voler bene.»
«Ah d'accordo. Un'altra lezione della tua lingua. Tra
un po' la parlerò speditamente.»
«Immischiarsi è una manifestazione d'affetto. Ecco.
Un compromesso.»
«Molto bene» disse Vicente. «E tu dove ti vedi? Dove
vorresti andare, tu?»
«Bella domanda.» Vicente si concentrò sulle sue pesche,
dividendole abilmente in quattro parti. «Mi piacerebbe
sapere quanto tempo pensi di fermarti.»
«Sull'isola? Non lo so.» Era strano che non ci avesse
ancora pensato. La sua ricerca era quasi alla fine ma l'idea
di tornare a casa, a Marblehead, le sembrava irreale:
la sua casa, la sua vita là, sentiva tutto estremamente distante.
«Quando avrò finito, suppongo. Sto solo aspettando
le notizie sul fossile. Se avrò una conferma della
specie potrò riordinare i miei risultati.»
«E poi sarai libera di andare?»
«No, non libera» disse lei. «Potrò andare, se voglio.»
Il giorno dopo Greer si sentì abbastanza forte da tornare
al laboratorio a controllare i suoi campioni e ad assicurarsi
che tutto fosse in ordine. Decise di sedere a
uno dei tavoli a rivedere gli appunti e leggere i testi che
non aveva ancora affrontato.
L'ultimo resoconto europeo era del giovane Pierre
Loti, un francese che aveva visitato l'isola nel 1872, quasi
un secolo dopo il capitano Cook. Il tono di Loti era diverso
da quello degli altri esploratori. Era uno scrittore,
un poeta, venuto in cerca di meraviglie.
Vi sbarcai anni fa, nella mia gioventù, da una fregata a vela,
dopo giorni di vento forte e nubi oscure; è rimasto in me il
ricordo di una terra fantastica, un paese di sogno.
Come tutti gli altri visitatori Loti rileva una grande
richiesta di scialli e cappelli. Lamenta il furto di un cappello
di velluto rosso con bottoni d'ottone, strappatogli
dalla testa da un ragazzino che si mette a cantare. Ma
Loti è bene accolto dai rapa nui, diversamente da quanto
è accaduto ad altri. Quando fa il giro dell'isola si
stanca e, bisognoso di riposo, trova ospitalità nella capanna
di un isolano.
Il tetto di canne che mi ripara è sostenuto da rami di palma;
ma dove li hanno trovati, visto che sull'isola a parte canne
e uva la vegetazione è praticamente inesistente? In questo
piccolo spazio, alto a malapena un metro e mezzo e lungo
quattro sono sospese con cura migliaia di cose; piccoli idoli di
legno nero intagliati e laccati con smalti ruvidi, lance con
punte di ossidiana affilata, pagaie con incisioni di figure umane,
copricapi di piume, ornamenti per la danza o il combattimento
e alcuni utensili di forme varie, il cui uso mi è sconosciuto
e che sembrano tutti molto antichi...
Ma ripensandoci, tutto il legno secco dei loro bastoni da
guerra e dei loro dèi, da dove viene? E i loro gatti, i conigli?...
I topi che girano ovunque nelle case. Non credo che li abbia
portati qualcuno. Da dove sono venuti? Le cose più insignificanti
su quest'isola remota suscitano domande senza risposta:
ci si stupisce che esistano una flora e una fauna.
Loti poi si addormenta.
Svegliandomi nel desolato ricovero del selvaggio provai
una sensazione di estrema nostalgia di casa. Mi sentii lontano,
più lontano e smarrito che mai. E fui preso da quell'estrema
angoscia che viene con il mal d'isola e che nessun luogo al
mondo mi ha mai provocato con tanta intensità, circondato
com'è dall'immensità dei mari australi...
Greer depose il libro; Loti aveva ragione. Ricordò il
primo giorno al cratere Rano Aroi, in piedi fra le canne.
Persino in quel "paese di sogno" aveva provato la momentanea
angoscia della solitudine. E come sarebbe stato
possibile altrimenti? Quel'isola era materiale mitico,
una paura resa fisica: la solitudine fatta terra. Forse per
questo aveva deciso di venirci, per esplorare la geografia
della sua solitudine.
Dal corridoio arrivarono delle voci. Isabel e Sven.
Sentì il tonfo di stivali che si avvicinavano alla porta.
Una bussata, una risata soffocata, un'altra bussata.
«È aperto.»
«Ah, sei tornata al lavoro! Sei decisamente guarita!»
disse Sven. Si avvicinò ad abbracciarla. «Non mi sorprende.
Sei stata curata nel migliore dei modi.»
«Infatti» rispose lei sorridendo. Su quell'isola remota
aveva trovato una comunità di persone che si occupavano
di lei, conoscenze, amicizie. Aveva quasi completato il
suo primo lavoro sul campo da sola. Stava venendo a patti
con le azioni di Thomas. Di che altro aveva bisogno?
«Quando ti hanno riportato da Mahina avevi un
aspetto davvero orribile. Sembravi un cadavere.»
«Grazie, Sven.»
«E adesso guarda che bel colorito! Non ne avevi proprio.
Credimi, Greer. Niente.»
«Sì, ormai esco, vado in giro. Mi sento tornata alla
normalità.»
«Ne siamo molto felici» disse Isabel prendendo la
mano di Sven. Era più piccola di lui di due spanne e più
vecchia di una decina d'anni, ma in qualche modo quelle
differenze producevano un senso di equilibrio.
«Stiamo andando a fare una passeggiata» disse Isabel.
«Ti unisci a noi?»
«Dove?»
«Sull'isola!»
«Davvero c'è qualcosa che non avete ancora visto?»
«Oh» rispose Isabel, «non abbiamo ancora esplorato
tutta la costa e i crateri. Conosco molto bene la cartina,
ma oggi Sven mi porterà a vedere di persona.»
In quel momento Greer si rese conto dell'abbigliamento
di Isabel: scarponcini, calzoncini cachi, e la maglietta
gialla di Sven, troppo larga, che le fluttuava sopra
la cintura: swede E n.
«Grazie, me ne starò qui a leggere.»
«Qualunque cosa ti serva» disse Sven. «faccelo sapere.
E in caso contrario inventati qualcosa. Adesso che
Burke-Jones se ne è andato, da queste parti non succede
più niente.» Greer sentì Sven cantare in corridoio.
Tornò alla parte finale del resoconto di Loti, quando
un carro improvvisato era stato montato sulla piattaforma
del ponte della fregata e i suoi compagni di bordo,
un centinaio, cominciavano a spostare un moai. Gli isolani
non avevano obiettato, come se la statua non avesse
valore. Roggeveen, centocinquanta anni prima, aveva
visto i fuochi accesi davanti agli idoli e gli isolani in
ginocchio. Loti vede qualcosa di diverso:
Questa mattina un folto gruppo ci ha seguito attraverso
l'umida pianura erbosa e una volta arrivati hanno cominciato
a danzare come dervisci. Rapidi, i capelli agitati dal vento,
nudi e di pelle rossiccia, tinti delicatamente di blu dai tatuaggi,
i corpi snelli che si muovono sullo sfondo di pietre marroni
e di neri orizzonti; danzano, danzano sopra le gigantesche figure,
appoggiando le dita dei piedi contro le facce dei mostri,
colpendoli con calci silenziosi su naso e guance. Nel frastuono
costante delle raffiche di vento e nel fragore delle onde non
riesco a capire che cosa stiano cantando.
Gli abitanti di Rapa Nui, che venerano tanti feticci e piccoli
dèi, sembrano non avere alcun rispetto per le tombe. Non
ricordano i morti che vi riposano.
O forse, pensò Greer, ricordavano benissimo i morti
che riposavano nelle tombe. E magari ricordavano anche
qualcosa che gli metteva voglia di ballare sulle facce
degli antenati. Che provassero rabbia, verso quei morti?
...
.
...
CAPITOLO 25.
...
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...
«È sconvolta per qualcosa che le ho detto. Terrà il broncio. Forse si è diretta agli scavi. Le piace andare lì. Però non ha preso il pony. Se è andata a piedi è probabile che si sia fatta male. Sono stato io. E colpa mia.»
«Sta' zitto» gli dice Elsa. «Troviamola e basta.»
Partono a cavallo per due direzioni diverse, gridando il nome della ragazza mentre si allontanano dall'accampamento.
Elsa segue la costa meridionale che porta fino ad Hanga Roa, nella speranza che Alice si sia almeno tenuta sul sentiero. Passa accanto alle statue cadute di Tongariki mentre il sole comincia a tramontare, oscurando il mare, l'erba.
Su quest'isola ci si può nascondere soltanto nelle grotte e Alice le ha sempre odiate. Dev'essere da qualche parte che aspetta, allo scoperto, nella speranza di essere vista e richiamata. Dopo tutti questi anni è come se Alice volesse sempre essere risvegliata dal suo stato con un pizzicotto, come se tutta la sua vita fosse una lunga trance da cui chiede di essere risvegliata.
Alice vuole che loro la vadano a cercare. La luna piena imbianca il paesaggio ma Elsa non ne ha bisogno. Quante volte ha percorso da sola o con Alice questo sentiero fino al villaggio, con Barattolo ci è stata pochi giorni prima. Questa terra, le sue distanze, sono ormai diventate parte di lei.
«Allie!» chiama.
Mentre il cavallo procede nella notte Elsa ha l'impressione che la ricerca sia la sintesi di tutta la sua vita.
Inseguire Alice... le sembra di aver vissuto questo istante per ventiquattro anni. Perciò Alice starà bene come sempre; la ritroveranno. Finisce sempre così.
Sulla rupe sopra il porto di Vinapu Elsa distingue una figura: è Barattolo, con le braccia abbandonate lungo i fianchi, che guarda l'oceano.
«Poki!» grida smontando da cavallo e correndo verso di lui. «Poki, hai visto Alice? Alice. Dov'è?»
Il ragazzo alza lentamente un braccio e indica il mare.
Non si gira a guardarla.
«Nell'acqua? Alice è nell'acqua? Vai? Poki! Vai! Alice!»
Afferra il ragazzo per il colletto della camicia e lo scrolla con forza fino a quando non si accorge che sta piangendo. Lascia la presa perché Barattolo possa calmarsi.
«Poki, dov'è Alice?»
Lui indica ancora, giù verso il punto dov'era ancorata la flotta, il punto dove la barca con i rifornimenti, piena di casse, era attraccata.
Elsa guarda l'oceano e fa un passo indietro, incespicando.
...
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...
CAPITOLO 26.
...
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...
Quando Greer ritornò dal laboratorio trovò un gruppo
di bambini appollaiati sopra il cartello residential che
scrutavano tra gli arbusti; si allontanarono immediatamente,
vedendola arrivare. Poi sentì un'ondata di voci
nel cortile, il suono di porte sbattute, di piedi che correvano sulla veranda.
«Qué lastima!» Era la voce di Mahina, che veniva da
dentro. Sembrava angosciata. «Qué lastima.»
Greer non aveva mai visto la sala grande così affollata.
All'estremità le due poltrone di vimini erano state avvicinate
e Isabel vi era sdraiata sopra con i pantaloncini
cachi e la maglietta sporca di Sven. Aveva i lunghi capelli
arruffati, il trucco sciolto. Stava dividendo una sigaretta
con Sven che le teneva la mano. Un carabinero in
uniforme sedeva dietro la scrivania di Mahina, il berretto
color oliva appoggiato sul ripiano, intento a scrivere
in un quaderno. Era giovane, con un paio di baffoni arricciati
che sul suo volto delicato sembravano finti. Seduto
in un angolo sul pavimento c'era Luka Tepano, con
le ginocchia ripiegate contro il petto. Sembrava completamente
distaccato dalla situazione. Mahina si muoveva
fra loro, rassicurando tutti eccetto il carabinero, la cui appropriazione
della scrivania trovava chiaramente insultante.
«Doctora!» Mahina l'aveva appena vista.
«Cosa è successo?»
«Ci puoi portare qualcosa di forte da bere?» gridò
Sven.
«In cucina» rispose Mahina, che teneva d'occhio il carabinero.
«Prendi il pisco.»
Greer andò velocemente in cucina, cercò la bottiglia
nella credenza e la riportò nella sala.
Dopo che Isabel e Sven ebbero preso un lungo sorso
del liquore, il carabinero smise di scrivere. «Su historia,
senor Urstedt, lentamente.» Poi si rivolse a Mahina e le
chiese di tradurre.
Mahina trasalì a quest'ordine, ma era evidente che riteneva
che la gravità della situazione dovesse avere la
meglio sul suo disgusto per l'autorità cilena. «Sì» disse,
sparendo oltre la tenda di perline. Tornò con una sedia
e prese posto davanti al carabinero.
Sven sedette sul pavimento accanto a Isabel, appoggiò
la bottiglia di pisco e si passò la mano libera tra i capelli.
«Come ho già cercato di dire, ci siamo procurati i
cavalli da Chico e siamo partiti per esplorare la costa. A
metà strada per Anakena il cielo è diventato scuro,
quindi abbiamo abbandonato il sentiero e cercato una
grotta dove ripararci. Abbiamo trovato un'apertura in
una parete rocciosa. Avevamo il pranzo negli zaini, e
così per evitare di bagnarci abbiamo pensato di mangiare
i nostri panini lì dentro. Una cosa porta a un'altra e
cominciamo...» Dicendo questo Sven guardò Isabel che
arrossì. «Comunque, a quel punto nella grotta si muove
qualcosa, qualcosa che sembra arrivare da fuori. Isabel
salta su perché crede che sia un topo. Poi ancora, c'è
qualcosa che si muove nell'oscurità e io comincio a toccare
per terra. Allora capisco che è un sasso. Va bene
perché non è un topo, però va male perché chi diavolo
ci sta tirando delle pietre? Sentiamo qualcuno fischiare
e poi arriva un'altra pietra. Allora ci vestiamo, prendiamo
i nostri zaini e ci avviamo verso la luce. All'entrata
vedo il povero vecchio Luka Tepano con in mano uno
dei suoi piatti. E poi mi rendo conto di dove siamo.
"Luka, mi dispiace" gli dico, "non sapevamo che fosse
la sua caverna." Ma Luka si limita a infilarsi le dita in
bocca e fischiare. Comincia ad avere un'aria molto
preoccupata, così gli chiedo che cosa sta succedendo,
ma lui continua a guardare verso la grotta. A quel punto
Isabel è a disagio per tutta la faccenda, e continua a
chiedermi che cosa c'è che non va. Io domando a lui se
vuole che entriamo insieme, ma lui continua a fissare la
grotta. Allora lo prendo per il braccio, però lui non si
muove. Penso che non sia mai entrato. Quindi gli dico
di aspettare lì, prendo la torcia e parto da solo.»
Mahina tradusse quest'ultima frase, il carabinero la
copiò sul suo quaderno e nella stanza scese uno strano silenzio.
«Y después?»
Isabel scosse la testa. Sven guardò Luka. «Tutto qui.
Poi sono uscito e gli ho detto che era muerte. Ho mandato
Isabel a chiamarvi.»
Mahina tradusse, il cileno diede un'occhiata intorno
e disse: «Bueno».
Quando finalmente il militare uscì dalla stanza Mahina
gli chiuse con decisione la porta alle spalle e riprese
possesso della sua scrivania.
«Non posso credere che tu abbia trovato la vecchia»
disse Greer. «Cielo, mi dispiace.»
«Be', la cosa peggiore è stata doverglielo dire» disse
Sven. «L'ho guardato negli occhi e gli ho detto "Muerte,
Luka" mentre Isabel cercava di scusarsi. Ma il povero
vecchio non sembrava sentire nemmeno una parola. Si
è seduto su una roccia vicino alla caverna, non so come
dirti, sembrava che non si dovesse spostare mai più.»
Dopo che il carabinero fu uscito, Greer rimase nella sala
mentre Mahina distribuiva bicchieri di succo di
guaiava. Si era unito a loro anche Ramon. Luka si era
addormentato in un angolo e Mahina gli aveva tolto le
scarpe e lo aveva coperto. Era un sollievo vederlo abbracciare
il sonno con tanto abbandono, ma nessuno sapeva
che cosa avrebbero potuto fare per lui al risveglio.
Oltre alla donna nella caverna non sembrava avere nessuno.
Greer non era ancora riuscita a ringraziarlo per
averla trovata, per essere andato a chiamare Vicente, e
ora rimpiangeva di non averlo fatto prima che tutto
questo accadesse. E avrebbe anche voluto chiedergli
qualcosa del fossile di noce. Voleva sapere se gliel'aveva
visto nella mano quando l'aveva trovata. Continuava
a non ricordare di averlo raccolto. Era alla ricerca di
un fossile, di una prova dell'esistenza di una specie di
albero cresciuto sull'isola. Era semplicemente troppo
straordinario che comparisse in quel modo, come un
dono venuto da una mano invisibile. Come svegliarsi e
scoprire che sul cuscino c'è la stele di Rosetta.
«Mi sento un tale fesso» sussurrò Sven. Aveva ripetuto
questa frase all'infinito. «So di averlo spesso preso in
giro. Ma non volevo ferirlo. Non sarei mai entrato nella
grotta della donna, se lo avessi saputo.»
«Nessuno pensa che sia colpa tua» disse Isabel. «O
colpa nostra. È stato un terribile errore.»
«Era molto vecchia» disse Mahina. «Tanti anni a nascondersi.
È morta in pace. Una buona morte. Non devi essere dispiaciuto.»
Proprio allora la porta si spalancò ed entrò Vicente.
Mahina avvicinò un dito alle labbra e con un gesto indicò
Luka.
«Dove sei stato?» mormorò Greer, imbarazzata dall'urgenza
del suo tono. Si era abituata ad averlo intorno,
ormai considerava la sua presenza una garanzia.
«Ho appena saputo. Per essere un geologo» si rivolse
a Sven, «non hai un grande intuito con le formazioni
rocciose.»
«L'avevo visto andare e venire milioni di volte. Però
mai lì.»
«Il dottore ha detto che il suo cuore era debole. Era
molto anziana.» Vicente sedette sul pavimento, appoggiò
la schiena alla parete e distese le gambe. Guardò
verso Luka.
«Mi spiace per lui» disse. «Dev'essere una perdita
terribile. Ma immagino che questa sia una brutta giornata
per tutti.»
Infilò una mano nel taschino interno della giacca e ne
prese una busta. La tese a Greer.
«Oh no» disse lei. «Il tuo telegramma.» Sfilò il foglietto
di carta.
Per sempre tuo debitore. Scaricheremo a F. e manderemo
un ufficiale con le istruzioni e i fondi per tornare a P. Confido
nella tua vigilanza. Che Dio ci protegga tutti.
Vicente disse, in tono piatto: «Questo messaggio è
stato inviato a un certo Alfred Heidegzeller, espatriato
tedesco che viveva alle isole Falkland. Era cresciuto a
Strasburgo insieme a von Spee. Un famoso yachtsman
che aveva rifiutato molte offerte di navigazione per servire in Marina».
«Ha ricevuto le tavolette?»
«Questo messaggio è stato spedito il 15 novembre, ha
viaggiato con due mercantili tedeschi per non essere intercettato
dagli alleati, ed è arrivato a casa di Heidegzeller
il 28 dello stesso mese. Il carico invece non è arrivato mai.»
«La battaglia» disse Sven.
«Le Falkland» aggiunse Greer.
«Tutte le navi tedesche furono Affondate. Non riuscirono
mai ad ancorare.»
«E le tavolette? Affondate con loro?»
«Sono le ultime notizie che si hanno sul carico. L'ultimo
dispaccio personale inviato da von Spee.»
«Mi dispiace, Vicente.»
Lui le prese il telegramma dalle mani e lo ripiegò in
un bell'aeroplanino che fece volare nella stanza. Era la
prima volta che Greer lo vedeva sconfitto.
Scendeva la sera. Mahina accese una lampada sulla
scrivania e la luce, rifrangendosi sui globi, proiettò sul
muro una fila di lune verdi. Finirono di bere il succo di
frutta in un silenzio rotto soltanto da qualche occasionale
respiro nasale di Luka Tepano. Il telegramma, la
morte della vecchia donna, la partenza di Burke-Jones.
Era un giorno triste.
«È ora di andare a letto» annunciò infine Mahina.
«Resto io con Luka. Deve dormire. Lasciamolo tranquillo.
Andate tutti via, adesso.»
«Mahina, tu mi ricordi la mia prima fidanzata» disse
Sven. «Heidi Larsen. Molto militaresca. "Passa a prendermi.
Sei in punto."»
Mentre lui parlava Mahina spense le luci e aprì la
porta. «Iorana, senor Urstedt.»
Sven prese Isabel per mano e la condusse fuori. «Non
preoccuparti, Mahina. La amavo follemente. Buonanotte,
Greer.» Vicente e Ramon lo seguirono.
«Troppe battute, quel senor Urstedt» disse Mahina
scuotendo la testa. Greer decise di trattenersi per aiutarla
a portare i bicchieri sporchi in cucina. Quando tornarono
in punta di piedi nella stanza per sistemare piano
piano le sedie sentirono bussare delicatamente alla porta.
Era Sven con un involto fra le braccia.
«Qualche vestito pulito» disse a Mahina. «Per il vecchio, quando si sveglia.»
Mahina gli diede un bacio sulla guancia. «Buen muchacho.»
L'indomani mattina, quando Greer si svegliò, trovò
Isabel nella sala da pranzo con una vestaglia rosa, intenta a bere il tè.
«L'uomo se n'è andato» le disse. «Luka. Deve essere sparito nel cuore della notte.»
«Mahina dov'è?»
«Ha detto di dirti che la nave è arrivata.»
Greer andò fino alla caleta e trovò la nave della Chilean
Company ancorata nella baia. Centinaia di isolani
gironzolavano sul molo osservando l'operazione di scarico
delle prime casse. Siccome c'era troppa gente per
poter trovare Mahina, Greer tornò al residencial, dove
per tutto il giorno, dalle finestre della sala principale,
arrivarono le risate e le esclamazioni di stupore della
gente che esaminava la mercanzia per strada. Sull'isola
le scorte erano quasi esaurite - farina, zucchero e tè - e
ora potevano essere reintegrate. La benzina era arrivata
a fusti, in quantità sufficiente per un anno. C'era anche
qualche sorpresa. Mentre scaricavano le merci Mahina
faceva brevi apparizioni con gli aggiornamenti: due
jeep nuove, venti sedie per la scuola, un nuovo materasso
per il letto del governatore, causa di interminabili discussioni
su cosa mai avesse potuto fare per consumare
il primo. E materiale vario - tegole, pannelli di vetro,
mensole, ganci e viti - per chiunque volesse costruire
una casa. E poi casse di pisco, di barattoli di pesche,
pneumatici, di cui Ramon aveva bisogno per la sua jeep.
«Ramon ha appena cambiato le ruote!» annunciò
Mahina dalla soglia della stanza di Greer. «E adesso io
credo di sapere cosa fa bene alla doctora.»
«Ti prego, non dirmi che c'entra 1 'amor.»
«Amor, amor. No, una corsa in jeep! La doctora ha bisogno
di andare a Terevaka. Sa guidare, no?»
Greer rovistò nella valigia in cerca dei blue jeans e li
infilò sotto il caffetano. Mahina si girò verso la porta e
Greer sorrise fra sé: l'aveva curata quando aveva la febbre,
ripulito il vomito dalla sua factìia, l'aveva accompagnata
in bagno durante il delirio, ma doveva distogliere
lo sguardo mentre si cambiava. Era una donna capace
di una cortesia infinita, pensò. Infilò i sandali, si legò un
maglione intorno alla vita. «Le chiavi?»
La strada era sconnessa. Mentre procedevano sobbalzando,
Mahina aggrappata al sedile, Greer faceva del
suo meglio per non finire in qualche buca. Capiva che
Mahina la considerava non soltanto una donna capace
di guidare, ma un'esperta guidatrice, una doctora della
guida, e non voleva deluderla. Cercava di avere un'aria
sicura di sé. Prima di partire aveva fatto grande mostra
di aggiustare lo specchietto retrovisore e i due laterali,
per poi scoprire che si spostavano a ogni sobbalzo.
Comunque non faceva differenza, non c'erano altri veicoli
né dietro né di fianco. Erano sole sulla montagna.
Non pioveva da settimane e i pneumatici della jeep
sollevavano polvere. Per non tossire si erano legate un
fazzoletto intorno alla bocca.
Quando la jeep raggiunse la sommità della montagna
il sole sembrava sospeso direttamente sulle loro teste.
Mahina slacciò il fazzoletto e spalancò la portiera: «Vieni, doctora».
Chissà perché la cima della montagna non era grandiosa
come Greer si era aspettata. Terevaka era una collina
erbosa come tutte le altre, solo più alta.
«Guarda.» Mahina indicò l'oceano. E fece lentamente
un giro su se stessa. «Orizzonte dappertutto.»
Era vero, Greer vedeva la linea confusa dell'oceano
che incontrava il cielo per trecentosessanta gradi. Ecco
la grandiosità del luogo. Altrove si potevano vedere
monumenti, cime innevate. Qui il panorama era un'assenza:
un orizzonte incontaminato.
Greer sedette sull'erba e cercò di assorbire la vasta
pace che la circondava. «Ne valeva la pena» esclamò.
«E mira.» Mahina era accanto a lei, girata verso il sole,
le gambe ripiegate sotto la gonna. Si era sfilata le scarpe.
«L'orizzonte non è una linea.» Disegnò un semicerchio
nell'aria con la mano. «È rotondo.»
«È la curvatura della terra» rispose Greer sopraffatta
dall'emozione. Intorno a loro c'era soltanto oceano infinito.
Te Pito O Te Henua: ombelico del mondo. Il nome
dato all'isola dai primi a insediarsi significava davvero
quel che diceva.
Il sole attraversava le nuvole in strisce color lavanda,
rosa e opale. Sull'acqua la luce brillava come lamé.
«Quanto è lontano, secondo te, doctora? Quanto lontano
si vede l'acqua? Dicono cinquanta miglia, almeno.»
«Dipende tutto da quanto siamo in alto.»
«Cinquecento metri sopra il mare.»
Suonava giusto. A Greer era sempre piaciuta l'equazione
dell'orizzonte. Tutto quello che bisogna fare è
immaginare di trovarsi al vertice di un triangolo. Se sai
quanto sei in alto sopra la superficie terrestre, con un
piccolo aiuto da Pitagora puoi calcolare la tua distanza
dall'orizzonte. Ora Greer immaginava tutte le persone
come punti su miliardi di triangoli distinti. Tutti protesi
verso un unico vertice, il centro della terra.
«Mi sembra giusto» disse. «Quindi, se in questo momento
comparisse una nave all'orizzonte si troverebbe
a cinquanta miglia di distanza.»
«Cinquanta» disse Mahina. «A me sembrano centinaia.
Mi siedo qui tante volte e cerco di contare ogni miglio.»
A Greer tornò in mente il marito di Mahina e si chiese
se era lì che lei veniva ad aspettarlo.
«Passi molto tempo da sola, vero?» le chiese. «Quando
non hai ospiti di cui ti devi occupare giorno e notte,
voglio dire, che si fanno curare quando si ammalano.»
«Non c'è niente di male a essere soli» rispose Mahina.
Avvertendo la sua reticenza, Greer si appoggiò sui
gomiti, lasciando che i capelli sfiorassero l'erba. «Be',
qua non somiglia per niente né al Massachussets né al Wisconsin.
Non assomigliava a nessun posto.
«Hai viaggiato tanto, doctora?»
«Sì. Ma sempre per brevi periodi. Prendevo i miei
campioni e ripartivo. Sempre a guardare campioni di
terreno, segmenti, senza mai capire com'erano i luoghi
da cui li estraevo. Prima di venire qua non mi ero mai
resa conto che le terre avessero un carattere proprio.»
Accarezza con la mano il suolo. «Quest'isola, per esempio,
è una terra gentile.»
Rimasero sedute in silenzio mentre il sole calava e
l'aria cominciava a rinfrescare. Una luna piena, bianca
come carta, spuntò alle loro spalle. Mahina stringeva le
mani convulsamente, come se la sua mente fosse assorta
in qualche ricordo. Poi si alzò di scatto, rassettò la
gonna e si diresse alla jeep. «Partiamo, doctora.»
«Stai bene?»
«Sì, sì. Torniamo prima che fa buio.»
«Ho un'idea. Perché non guidi tu? Almeno per un tratto? O solo per qualche minuto?» Greer fece dondolare le chiavi nell'aria.
«D'accordo» rispose Mahina.
«Però piano.» Greer sedette sul sedile accanto al posto
di guida e prese i fazzoletti dal cassetto. Se li legarono
intorno alla bocca. «Pronta» disse, «partiamo.»
Mahina girò la chiave e la jeep si mise in moto.
Guardò per un attimo il cambio poi, con cautela, vi
strinse una mano intorno. Premette con forza il piede
sull'acceleratore. La jeep partì con un sobbalzo. Concentrata
sul sentiero Mahina si protendeva verso il parabrezza.
Condusse la jeep giù per la collina ripercorrendo
le loro tracce, fino a quando non raggiunsero un
punto dove c'era una buca profonda. Mahina sterzò a
destra, a sinistra, cercò di cambiare marcia dimenticando
di schiacciare la frizione. Il cambio grattò.
«Aspetta, Mahina» disse Greer, ma la donna aveva
già fatto fermare bruscamente il mezzo. Il motore rombava.
«Non siamo bloccate» disse Greer. «Metti in folle per
un secondo che vado a controllare.»
Mahina non faceva e non diceva niente.
«Mahina?»
Greer vide che sulle sue folte ciglia brillavano le lacrime.
«Mahina» ripeté. Non l'aveva mai vista infelice. Le
appoggiò una mano sulla spalla, un gesto che le aveva
visto fare molte volte. «Cosa succede?»
La donna emise un singhiozzo e colpì il cruscotto con un pugno.
«Cosa c'è?»
«È la jeep, naturale.» La sua voce era affaticata. «È che non riesco a imparare a guidare.»
Ma Greer sapeva che non c'entrava niente con la guida,
con la jeep, con lei. Mahina era persa in una tristezza
privata, ed era chiaro che non voleva essere consolata.
La sua benevolenza era infinita, ma il suo riserbo
aveva netti confini. Perciò Greer doveva fingere e assecondarla...
le doveva quella cortesia.
«Terevaka non è un percorso facile» disse. «Non so
nemmeno io come ho fatto ad arrivarci.»
Mahina si guardò intorno. Slacciò il fazzoletto e lo lasciò
cadere in grembo. «Sono impantanata» disse.
«No» rispose Greer. «No, Mahina, non è vero. Puoi ancora ripartire.»
...
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CAPITOLO 27.
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L'accampamento è deserto. Elsa vede la tenda aperta e si avvicina per chiuderla. C'è un biglietto appuntato sul bordo:
Elsa,
quello che è successo è colpa mia, ma andrà tutto bene, benissimo.
Ho scoperto dal ragazzo che è con i tedeschi; in una settimana riuscirò ad arrivare a Pitcairn e se non li trovo lì, fino a Tahiti sono solo tre giorni. Non appena la scopriranno la faranno sbarcare. Prenderò il vento del sud e andrà tutto bene, Alice starà bene. Te la riporterò indietro. Non preoccuparti. Starà bene.
Elsa corre verso l'oceano, aguzzando la vista. La goletta non si vede. La lancia è sparita. Si arrampica sulla scogliera sopra la spiaggia e scruta l'oceano: niente, soltanto acqua scura e infinita. Appallottola il biglietto e lo 
scaglia verso il mare, ma il vento lo respinge sulla spiaggia, contro la sabbia. Comincia a scendere, poi si ferma e lascia che il suo corpo incontri una fredda parete rocciosa. Si aggrappa con le mani ai bordi taglienti e porta tutto il peso in avanti. Batte la fronte contro la parete dura, poi ancora, più forte, fino a quando il dolore non comincia a calmarla.
«Alice» mormora.
Edward, da solo in barca, è andato a occidente.
Ma la flotta è partita a tutto vapore nella direzione opposta, verso il Cile, diretta in Argentina, dove l'ammiraglio pensa di invadere le Falkland.
Il ragazzo l'ha seguita e ora le si avvicina: trema per l'agitazione. Lei chiude gli occhi e continua a battere la testa contro la roccia; si accorge che lui la sta toccando, è la prima volta, le sue dita le afferrano la mano.
...
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CAPITOLO 28.
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...
«Ho un'idea» disse Vicente.
Lui e Greer erano seduti su un muretto di pietra sopra
la caleta a bere pisco sour. Sarebbe stata la sera della
cena dei ricercatori, ma Sven aveva preferito uscire da
solo con Isabel e Burke-Jones era partito, svuotando
completamente il laboratorio. «Riguarda l'ammiraglio
von Spee. Scriverò un libro su di lui. Sul suo viaggio disperato
verso la Germania. Comincerò in Cina, naturalmente,
allo scoppio della guerra che lo ha sorpreso con
la flotta a Tsingtao. Lo sapevi che la rotta seguita da von
Spee e dal suo squadrone fino a Rapa Nui era la stessa
della grande migrazione polinesiana?»
«Non me lo avevi mai detto» rispose Greer. «E il rongorongo?»
«Non è abbandonato; per il momento lo accantonerò.
Ho sempre creduto che avremmo trovato altre tavolette,
avevo sperato che il modo per decifrarle venisse così.»
Sembrava leggermente imbarazzato. «Invidio il tuo lavoro,
Greer. Il tuo impegno con un soggetto. È una cosa
rara. In questo momento von Spee ha la mia attenzione
e devo proseguire. Tutti conoscono la storia della battaglia
delle Falkland, ma nessuno sa che cosa la provocò.»
«A quanto pare si renderà necessario un viaggio in
Germania.» Vicente aveva parlato di una indagine accurata nella vita di von Spee.
«Sento di dover andare. Anche se soltanto per un breve periodo. E tu? Dove sarai?»
«Be', l'ho fatto, ho fatto domanda per quel fondo di
ricerca della National Geo. Tieni le dita incrociate. La risposta
arriverà da un giorno all'altro.«
«Ah, Surtsey. Dovrebbe essere affascinante.»
«Un'isola ancora più piccola e disabitata di questa.
La prossima volta affronterò uno studio di flora e fauna
sugli affioramenti di roccia oceanica desertica.»
«E senza dubbio scoprirai qualcosa di interessante
anche lì.»
«Probabilmente riguardo a me stessa e al mio interesse
per i luoghi piccoli e appartati.»
«Viaggiare non è un impulso così strano. E in Islanda
avrai sorgenti calde e geyser. Mi è sembrato un posto
bellissimo quando ci sono andato.»
«Vicente, dove non sei stato?»
«Nella tua terra natia, per esempio. Gli Stati Uniti
d'America.»
Greer non avrebbe saputo dire se quella frase intendesse
suggerire un invito.
«Comunque Surtsey è un bel colpo» disse. «Lo sai
che non ho pubblicato molto.»
«Tu hai passione per il tuo lavoro, e questa è la cosa
più importante. Scriverò a quella gente. Racconterò di
averti visto per mesi chiusa nel laboratorio. Niente vita
personale, niente fidanzati né vita notturna. Particolari
che apprezzeranno.»
«Ne sono sicura.»
«Solo brevi sonnellini sulle scogliere, che ti aiutano a
trovare fossili.»
«Sempre nel nome della ricerca.»
«Una scienziata devota e appassionata.» Si appoggia
all'indietro sulle mani. «Ma non ti dispiace un pochino?»
«Che cosa?»
«Di non avere una vita personale. Anche gli scienziati
devoti sono esseri umani, dopotutto.»
«Naturalmente» rispose Greer. «Ma credo che dicendo
"vita personale" tu in realtà intenda "sentimentale". Non
è la stessa cosa. Andiamo... qui ho degli amici, un gruppo.
Sono seduta a bere con te. Come la chiameresti?»
«Non saprei. Tu come la chiameresti?»
«Una vita piena.»
«Sai che cosa intendo.»
«Mi stai chiedendo perché non ho un fidanzato? O
perché non lo voglio?»
«È una domanda lecita.»
«Insomma, vuoi sapere perché non esco con Ramon?»
«Vedi? Ti limiti a girare intorno all'argomento.»
«Oh, Vicente. Che cosa vuoi che ti dica? Lo sai che sono
stata sposata per otto anni e sai anche che Thomas è
morto. Santo cielo, lo puoi immaginare, questo rende
un po' difficile l'idea di entrare in una storia nuova.»
«Lo immagino Greer. Però tu non ne parli.»
Perché non dirgli la verità? In fondo era una brava
persona e un buon amico. Voleva raccontargli di Thomas,
di quello che era successo con la sua tesi, parlargli
della loro vita in Massachussets, di ciò che lui aveva fatto
con i suoi dati sui pollini, di come lei aveva mal riposto
il suo amore.
Vicente cercava di leggere l'espressione sul suo volto.
«Forse sei ancora innamorata di lui?»
«No» rispose Greer. «Se così fosse potrei almeno piangere
come una persona normale. Invece io penso di non
aver conosciuto per niente l'uomo che avevo sposato.»
Vicente aggrotta la fronte. Forse è così che lui si era
spiegato il suo rifiuto: dicendosi che era ancora innamorata
del marito. «Deve essere complicato, immagino»
disse. «Un matrimonio, il modo in cui due persone arrivano
a trascorrere la vita insieme e poi restano a guardare
quella stessa vita separarsi e prendere direzioni diverse.
Non sono mai stato sposato. Non ci sono mai neanche
arrivato vicino. Sono uscito con molte donne, ma sempre
per divertirmi. E quando non funziona va bene lo stesso.
Non posso fingere di capire come ci si senta a prendere
così seriamente una relazione e poi perderla.»
«Anni fa» disse lei, «poco dopo il nostro matrimonio,
quando mi ero appena laureata, lui prese la mia tesi e la
usò in una sua pubblicazione. Mi rubò l'equazione.»
Vicente aveva un'aria confusa. «È questa la frode di
cui si è sentito parlare?»
«No, questo è successo molti anni prima. Mio marito
si è appropriato del mio lavoro e io sono stata accusata
di plagio.»
«E tu che cosa hai fatto?»
«Niente. Non ho fatto assolutamente niente. Mi sono
rifiutata di credere che fosse successo.»
Vicente fece un respiro profondo. «Chi potrebbe immaginare
una cosa simile? È tremendo. Comunque,
Greer, non tutti gli uomini sono così. Anzi, sono in pochi
a fare cose del genere.»
«Lo so. Era un essere raro e straordinario.»
«La cosa ti fa ancora arrabbiare.»
«Mi faceva arrabbiare. Adesso non più così tanto.»
«È per questo che te ne stai da sola? Sola con il tuo lavoro?»
«Chi può dirlo.»
«Suppongo che mai niente sia semplice.»
Il sole, basso nel cielo, inondava il porto di una luce
arancione. Cinque pescherecci erano già rientrati e avevano
attraccato. Lontano se ne vedevano altri tre che si
stavano dirigendo verso casa. Tra loro, verso la spiaggia,
galleggiava sull'acqua un globo di vetro verde.
«Ah, guarda!» esclamò Vicente alzandosi di scatto.
«Vieni.» -
La prese per mano e la trascinò verso la riva; si liberò
delle scarpe e arrotolò i pantaloni. «Torno subito» disse
e si avviò verso il globo di vetro che ballonzolava sulle
onde. «È intatta!» Sollevò l'oggetto gocciolante sopra la
testa e sorrise, tutto bagnato. «Un buon segno, Greer!
Un buonissimo segno!»
Tornò indietro tenendolo tra le mani come una sfera
di cristallo.
«È una boa! Finiscono sulla spiaggia un paio di volte
all'anno. Si ritiene che portino fortuna.»
Greer pensò a tutte le boe che pendevano dal soffitto
di Mahina, alla fortuna che la sua amica meritava.
Quando ritornò sulla spiaggia Vicente la tese a Greer.
«È per te. Per l'Islanda. Per il futuro.»
Tornato sul muretto srotolò i pantaloni e Greer esaminò
il globo tenendolo sulle ginocchia, immaginando
come doveva essere vivere lì centinaia di anni prima, e
guardare il mare in attesa che portasse doni, visitatori,
vita. Da Terevaka l'isola doveva sembrare il centro del
mondo. Greer prese un sorso di pisco sour, lasciandolo
scendere lentamente nella gola.
«Sei bella» le disse Vicente. «Sì, sei molto bella.» E all'improvviso
Greer si rese conto di aver fissato i capelli
con i fermagli e di aver indossato l'unico capo femminile
che aveva portato con sé, un abito senza maniche.
«I miei vestiti da lavoro chiedevano di essere mandati
in pensione.»
«Sì, certo.» Vicente picchiettò la boa. «Ti piace il tuo
regalo?»
«Sì.»
«Ci sono uomini che regalano minuscole pietre. Io regalo
grandi pezzi di vetro.»
Greer rise. «L'originalità è sempre preferibile.»
«E della mia idea riguardo a von Spee cosa ne dici?
Pensi che sia una buona idea?»
«Sì.»
«Era un grande comandante, un uomo animato da
forti passioni.» Vicente guardò verso il mare. «È stato
intrappolato in una guerra in cui i nemici erano suoi
vecchi amici, in cui la vita di migliaia di uomini dipendeva
da lui.»
«Parli di lui come un innamorato.»
«È un'emozione nuova, per me.»
Forse si trattava di una passione passeggera, forse il
suo innamoramento per von Spee si sarebbe esaurito,
forse tutti gli innamoramenti di Vicente si esaurivano in
fretta. Come si poteva esserne sicuri?
Greer tenne le mani appoggiate sulla sfera di vetro...
il suo regalo, la sua fortuna.
Una settimana più tardi cominciò a imballare nelle
casse le guide dei pollini e i libri con i dati. Spedì la collezione
di semi a Kew Garden e si organizzò perché i
campioni di piante dell'isola fossero conservati nell'edificio
SAAS per eventuali indagini future. Impacchettò la
boa in una cassa da sola, imballandola con grande attenzione,
nella speranza che riuscisse ad attraversare
l'oceano con lei sana e salva. L'ultima cosa rimasta sul
tavolo da lavoro era il suo studio. Cinquanta pagine di
dati e analisi, il prodotto di otto mesi di lavoro. Era stata
la noce fossile, alla fine, a rendere tutto possibile. E
ora Greer disponeva di una vera borsa di studio; la risposta
era stata affermativa. Avrebbe preso parte alla
spedizione ufficiale di Surtsey.
Stava smontando la centrifuga quando sentì un colpo
alla porta. Si voltò e vide Luka Tepano. Aveva la faccia
incorniciata da una corta barba argentea che gli faceva
sembrare le guance coperte da scaglie. Teneva gli occhi
fissi su un rotolo di carta che aveva con sé.
«Luka! Sono proprio contenta di vederti. Non sapevo
dove trovarti. Entra, per favore.» Fin dalla notte in cui
era stato da Mahina, Greer aveva cercato di rintracciarlo
andando alla caleta, alla colonia dei lebbrosi, persino alla
grotta della vecchia donna, ma lui sembrava scomparso.
Prese uno sgabello e glielo offrì. Lui sedette con lentezza.
«Luka, io volevo ringraziarti. L'altra sera non ci sono
riuscita. Grazie per avermi trovato ed essere andato a
chiamare Vicente. Senza di te sarei morta.»
Lui si guardò intorno, osservò gli scaffali vuoti, le
casse, la centrifuga mezzo smontata.
«Soy de los Estados Unidos» disse Greer. «Ho studiato
le piante dell'isola.»
Sul tavolo c'era un libro fotografico, Flora and Fauna of
the Tropics. Lui guardò la copertina e poi Greer. Lei annuì.
Luka sfogliò alcune pagine studiando le immagini.
«Capisci l'inglese? Un po'?»
Lui prese il rotolo di carta che teneva sulle ginocchia
e lo posò sul tavolo davanti a lei.
«Che cos'è?»
Lo srotolò e lo appiattì. Il volto di un ragazzino la fissava.
Aveva gli occhi grandi, la bocca piena e sorridente.
Il collo sottile, quasi troppo sottile per la rotondità
della testa. Greer guardò Luka. «Sei tu.»
E allora, per la prima volta, fu certa che lui la capiva,
perché annuì.
«Quand'eri bambino.»
Vedeva nella sua faccia invecchiata lo spettro della
gioventù. Vedeva il ragazzino, gli occhi intensi, il naso
rotondo, il sorriso luminoso. Quel ritratto doveva avere
almeno sessantanni.
Greer lo riarrotolò con cura e glielo restituì. «Che cosa
preziosa» disse.
Lui lo prese e rimase seduto, come se aspettasse qualcosa.
«Sai firmare?» gli chiese lei alzando le mani in quel
che le sembrava un gesto interrogativo. «Sai scrivere?»
Strappò una pagina dal taccuino e gliel'avvicinò insieme
a una penna. Ma lui non si mosse. Allora lei si accostò
alla scatola dei campioni, prese il fossile e glielo mostrò.
«Questo. Sai che cos'è? Quando mi hai trovata lo
stringevo in mano.»
Luka sembrava reticente a prenderlo, ma quando lei
lo appoggiò sul tavolo lo avvicinò agli occhi e lo esaminò
con grande gioia. «Si è rivelata la cosa più importante
che ho trovato qui.»
Lui la guardava parlare con una tale concentrazione
che per un momento Greer pensò che leggesse il movimento
delle labbra. Sorrideva.
«È il seme di una pianta molto grande. Un seme fossilizzato.»
Lui rimase immobile per un momento, poi scese dallo
sgabello e le offrì il seme come se fosse un dono, glielo riprese e ripeté il gesto.
«E un regalo?» chiede Greer. «Che mi hai fatto tu?»
Lui scosse la testa e glielo offrì di nuovo.
«Un dono di qualcun altro? È stata la tua amiga a darmelo?»
Lui si strinse il rotolo al petto, annuì e allungò una
mano per prendere la sua.
«Ah, doctora! Il tuo lavoro! È finito! Devo trovare una
bottiglia buona per noi.» Mahina era seduta dietro la
scrivania quando Greer arrivò con il suo studio. Passò
sotto la tenda di perline e tornò con due calici e una bottiglia
senza etichetta. Li ispezionò controluce e li riempì
con gusto.
Brindarono.
«Alla doctora. Che ha finito il suo lavoro.»
Greer sorseggiò il liquido: brandy.
«Mahina, ti piacerebbe leggere il mio studio?»
La donna appoggiò il bicchiere. «Sarebbe un onore
per me.»
«Non è abituale fare una dedica, nei testi scientifici,
ma se sarà possibile te lo dedicherò.»
«Oh, doctora.»
Poi Greer prese la borsa dal pavimento e l'appoggiò
sulle ginocchia. «Vorrei darti una cosa.» Prese una spessa
busta bianca. Da quando era uscita dall'ufficio della
Lan Chile, poche ore prima, Greer si era interrogata su
come fare a presentare il suo regalo. «Questo è un biglietto
di andata e ritorno per Santiago. Il tuo volo parte
tra due settimane esatte, all'una. L'albergo è prenotato e
pagato. Elian mi ha promesso che verrà a controllare
che qui sia tutto a posto, mentre non ci sarai. Isabel
starà con Sven e per qualche settimana non hai in arrivo
altri ospiti.» Mahina scosse lentamente la testa come se
quel regalo fosse troppo per lei. «Se per qualche ragione
pensi che tuo marito possa tornare proprio mentre sei
via lasciagli un biglietto.» Aveva preparato un biglietto
scritto in rapa nui che tese a Mahina.
Partita per Santiago. Torno fra qualche settimana.
«Semplice. Adesso, se fossi in te, comincerei a pensare
ai bagagli.»
Ecco, era fatta. Afferrò la borsetta e si alzò. Abbracciò
Mahina in fretta.
«Ho un milione di cose da finire prima della partenza» disse. «E in effetti» sorrise, «credo che abbia molto da fare anche tu.»
...
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...
CAPITOLO 29.
...
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...
Analisi palinologica di flora e fauna dell'isola di Pasqua. Pacifico del Sud, territorio del Cile.
Presentata all'International Conservation Society. Novembre 1973.
Greer Farraday, Ph.D.
È impossibile esaminare gli schemi di estinzione e di trasformazione
di flora e fauna dell'isola di Pasqua senza tener conto
della strana storia delle sue monumentali costruzioni. Le
grandi statue di pietra che tanto a lungo sono rimaste in silenzio
davanti agli archeologi offrono un importante suggerimento
alla comprensione del destino subito dalla popolazione
indigena che li ha costruiti. Benché i dettagli specifici sul modo
in cui i moai vennero scolpiti e trasportati rimangano irrisolti,
propongo qui l'ipotesi che alcuni aspetti della loro costruzione
e del trasporto finirono per danneggiare l'ambiente
in maniera irrevocabile.
Un tempo, lungo la costa, si potevano vedere oltre duecento
statue, statue che erano state trasportate dal cratere di Rano
Raraku, con le sue cave di tufo. Malgrado l'altezza: trentatré
piedi, e il peso: fino a ottantadue tonnellate, queste statue
furono trasportate fino a sei miglia dalla cava e sistemate in
posizione sulla costa. Più di seicento statue, ferme a stadi diversi
di lavorazione, non sono mai uscite dalla cava. La più
alta misura sessantacinque piedi, la più pesante duecentosettanta tonnellate.
La palma Paschalococos disperta e la Sophora toromiro
erano un tempo le piante più diffuse (l'unico campione ancora
esistente di toromiro è all'RBG di Kew) e campioni di sedimenti
che risalgono al 200 d.C. indicano un'abbondanza di
polline di entrambe, all'epoca. I primi dati ottenuti con il metodo
di datazione al carbonio associati con i dati sulla presenza
umana si riferiscono al 318, 380 e 690 d.C. Perciò sembra
probabile che all'epoca del primo insediamento umano l'isola
fosse coperta da una foresta costituita da perlomeno due specie di alberi.
Polline e noci della Paschalococos disperta (è stata trovata
una noce fossilizzata) mostrano una forte somiglianza
con la Jubaea chilensis sopravvissuta a tutt'oggi, il sago cileno
che cresce fino a un'altezza di ottanta piedi e un diametro
di sei. Dagli alti fusti della palma endemica dell'isola di
Pasqua i primi rapa nui ricavarono il legname per costruire
grandi canoe e ripari, per fare fuochi con cui riscaldarsi e per
provvedere alle necessità degli abitanti. La palma cilena produce
inoltre noci commestibili ed è quindi probabile che la
palma dell'isola di Pasqua fornisse cibo.
Queste palme endemiche sono inoltre buone candidate alla
soluzione del problema del trasporto e della costruzione dei
moai. La Sophora toromiro ha tronchi e rami non sufficientemente
forti per sostenere grossi pesi, ma la Jubaea chilensis
è molto più resistente. Alcuni archeologi hanno avanzato
l'ipotesi che i moai venissero posati su slitte di legno trascinate
sopra binari, sempre di legno, lubrificati con patate dolci,
e quindi collocati in posizione verticale con l'aiuto di tronchi
e funi... ipotesi a tutt'oggi non completamente verificata.
Sappiamo tuttavia che i moai non potevano essere trasportati
soltanto con funi e sappiamo che la spedizione del 1872 descritta
da Pierre Loti fu in grado di trasportare un moai fino
alla nave, utilizzando "enormi travi [che] erano state montate
per costruire una specie di carro improvvisato". Se i marinai
sono stati capaci di trasportare un moai con un carro improvvisato
ottenuto legando travi di legno nel giro di una
giornata, possiamo dedurne che a maggior ragione lo stesso
sistema fosse noto anche agli isolani.
Si suppone, benché dati certi siano difficili da accertare,
che la costruzione dei moai fosse già attiva nel 500 d.C., e che
raggiunse il suo culmine nel 1400 circa. Dalle testimonianze
dei visitatori europei sappiamo con certezza che i moai erano
in posizione eretta nel 1722, quando sull'isola arrivò Roggeveen,
ma che dopo il 1774, quando il capitano Cook osservò
che quelle già completate erano quasi tutte cadute, non c'erano
più statue in costruzione. Su un fatto comunque sembrano
essere tutti concordi: all'epoca in cui i moai vennero abbandonati,
quando gli strumenti che erano serviti per
costruirli furono scagliati nella cava, erano in lavorazione decine
di moai ancora più grandi di quelli già in posizione verticale.
Gli esperti ritengono che verso la fine l'attività diventò
frenetica. Tra il 1722 e il 1774 però quasi tutti o più probabilmente
tutti i duecento moai verticali vennero fatti cadere.
Non ci sono prove di disastri naturali - onde di maremoto
o eruzioni vulcaniche - che spieghino l'improvvisa scomparsa
delle piante indigene. I dati palinologici suggeriscono l'ipotesi
di un graduale decremento, a ogni successivo strato di sedimento,
del contenuto di polline. Possiamo perciò concludere
che la trasformazione e il depauperamento di flora e fauna sono
stati essenzialmente il risultato della distruzione dell'habitat.
La scomparsa di toromiro e disperta può infatti avere
avuto un grave impatto immediato sulla popolazione indigena.
Le caverne venivano utilizzate come abitazioni perché gli
isolani, mancando di materiale per costruzione adeguato, vi
trovavano riparo. Tuttavia, poiché per la sua sopravvivenza
l'isola dipendeva dal mare e dalle imbarcazioni, specificamente
dalle tipiche canoe polinesiane con bilanciere, la scarsità di
legname, e dunque la diminuzione nel numero di imbarcazioni,
ha avuto un forte impatto sulla pesca e le attività di trasporto
via acqua. (Roggeveen, Cook, La Pérouse e Loti osservano
tutti la bassa qualità e lo scarso numero delle canoe
indigene. Molti di questi visitatori furono accolti da isolani
che si avvicinavano a nuoto.)
Una chiave importante per comprendere la penuria di imbarcazioni
emerge dalle testimonianze di viaggio degli esploratori
europei. Roggeveen descrisse così il primo contatto tra
un isolano e la sua nave: "Questa sventurata creatura sembrava
molto contenta di vederci e mostrò grande meraviglia
per la conformazione della nostra nave. Prese nota soprattutto
dell'assetto degli elementi di alberatura, della solidità dell'attrezzatura
e delle parti mobili, le vele, i cannoni - che esaminò
nei dettagli con estrema attenzione...".
Con la spedizione di Cook succede lo stesso: "Mentre il capitano
si avvicinava alla riva con la barca, uno degli indigeni
nuotò nella sua direzione e insistette per salire a bordo della
nave, dove rimase due notti e un giorno. La prima cosa che fece
dopo essere salito a bordo fu di misurare la lunghezza della
nave, scandagliandola dal coronamento alla poppa...".
La Pérouse ha un'intera squadra di isolani che gli esamina
la nave: "La precisione con cui hanno misurato la nave mostra
che non si trattava di spettatori disattenti; hanno esaminato
i nostri cavi, ancore, bussole e il timone, e sono tornati il
giorno dopo con una corda per rimisurare di nuovo, la qual
cosa mi fece pensare che avessero una discussione in corso,
sull'argomento...". Guardando gli oggetti che più affascinavano
i rapa nui possiamo cominciare a comprendere di che cosa erano sprovvisti.
Dobbiamo poi immaginare un secondo trauma umano
provocato dal disboscamento: l'erosione del suolo che ha bloccato
la crescita delle coltivazioni e l'esaurimento delle risorse
di legname ha prodotto come risultato l'impossibilità di pescare,
e nel giro di pochi anni la popolazione ha cominciato a soffrire la fame.
Altri ricercatori hanno rilevato la presenza sull'isola di
una popolazione umana numerosa nel periodo della costruzione
dei moai; da settemila a ventimila abitanti secondo le
stime (la popolazione attuale ammonta a circa tremila). La richiesta
all'ambiente fatta da una popolazione così vasta in
termini di risorse alimentari può aver rappresentato uno sforzo
eccessivo per la flora: insieme alla deforestazione incontrollata
della palma e del toromiro usati per il trasporto dei
moai può avere impoverito l'ambiente abbastanza rapidamente
fino a renderlo inospitale. È probabile che dapprincipio
la popolazione abbia sofferto di un declino graduale, senza
comprendere specificamente i cambiamenti che si stavano verificando nell'ambiente.
Allora bisogna guardare i moai, i monumenti stessi, gettati
a faccia in giù, per comprendere la silenziosa storia del disastro
della popolazione dell'isola. Le più antiche indagini giunte fino
a noi (Roggeveen, 1722) indicano che le statue erano costruite
come monumenti commemorativi, rappresentazioni degli antenati.
Benché non descritte come monumenti religiosi nel
senso da noi comunemente inteso, erano statue tutelari, e non
è irragionevole desumere che i loro artefici le associassero a
qualità protettive, credevano cioè che la loro costruzione dovesse
apportare benefici ai costruttori. Immaginiamo l'arduo
tentativo, quando la frenesia di costruzione ebbe inizio, di produrre
monumenti sempre più grandi, sempre più difficili da
trasportare, accoppiato a un rapido e progressivo depauperamento
ambientale. Alberi e arbusti scomparivano, i raccolti
erano sempre più scarsi. Era cominciato il declino, e forse per
la prima volta nella sua storia questa popolazione isolata moriva di fame.
Dalle prove in nostro possesso è plausibile dedurre una
probabile correlazione tra l'intensificarsi della costruzione
delle statue e la devastazione del paesaggio. Si tratta forse dell'unico
esempio conosciuto nella storia dell'umanità di una
popolazione che si autoannienta per costruire monumenti ai suoi antenati.
C'era qualcosa che Greer non aveva scritto nella sua
relazione. Qualcosa che riguardava la posizione dei moai.
Le statue non guardavano verso il mare come sarebbe
stato logico immaginare; guardavano verso l'interno,
verso l'isola, dando le spalle all'oceano, come se, nel
corso delle generazioni, questa gente che viveva lontana
migliaia di miglia dai suoi simili avesse perso la consapevolezza
di un mondo al di fuori dei propri confini.
Come se, costruendo quei monumenti, circondandosi
di megaliti che onoravano il passato, avessero dimenticato
o cercato di dimenticare che oltre le loro spiagge esisteva il mondo.
Che cosa dovevano aver pensato, allora, il giorno in
cui Roggeveen arrivò con un'enorme nave sul cui ponte
erano accatastate merci che non avevano mai visto, che
cosa avevano pensato degli uomini che sfoggiavano un
arcobaleno di cappelli colorati, giacche e mostrine? Che
cosa avevano pensato mentre si avvicinavano con le loro
malconce canoe e salivano a bordo per accarezzare
vele e sartiame? Che cosa avevano pensato quando gli
uomini di Roggeveen andarono a terra con le loro lance
e si arrampicarono sulle rocce con le pistole lucide e i
moschetti che strappavano la vita in un istante? Che cosa
avevano pensato, tre giorni dopo, mentre guardavano
i corpi dei compagni uccisi e la nave veleggiare oltre
i confini del mondo che avevano pensato come proprio?
Si saranno guardati in giro, gli isolani, osservando il
paesaggio desolato che abitavano? Le rocce e i giunchi e
l'erba ingiallita? Si saranno ricordati degli alberi? O delle
storie degli alberi... La loro madre non raccontava forse la storia di una ragazza a cui era stato detto di piantare nella terra la testa dell'amato? Avranno osservato le poche canoe che marcivano sull'acqua? Imbarcazioni che non potevano trasportare più di quattro persone, troppo malridotte per percorrere più di qualche miglio? Avranno capito che stavano condividendo il tragico destino di tante creature, come gli intrepidi uccelli che si erano spinti fino a rive lontane per svegliarsi un giorno e scoprire di non saper più volare? Avranno guardato, a quel punto, gli enormi giganti di pietra che avevano speso secoli per costruire? E riflettuto sulla loro storia, che non bastava più a proteggerli, a tenerli lontani dalla consapevolezza di un mondo diverso?
Fu forse quello il momento in cui un uomo furibondo diede l'ordine - Basta! Mai più! - quando capirono che i morti li avevano traditi, quando si scagliarono contro la statua più vicina, fuori di sé dall'ira, spaventati dal peso della gigantesca reliquia che li aveva dissanguati nel nome di una rinascita?
...
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CAPITOLO 30.
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...
L'aeroplano parte all'una e Vicente e Mahina l'accompagnano
all'aeroporto. Sven e Isabel l'hanno aiutata a
caricare i bagagli e salutata al residential. Adesso c'è una
certa confusione al punto di carico mentre vengono issate
le sue casse e il carotiere e tutti guardano il lavoro
di otto mesi scomparire nella stiva dell'aeroplano.
Mahina diventa stranamente silenziosa quando gli
altri passeggeri si mettono in fila accanto al velivolo, come
se la partenza di Greer fosse una specie di imprevisto
tradimento. Si è vestita per l'occasione, tuttavia, con
un abito di cotone bianco a piccoli fiori gialli che, pensa
Greer, non esistono. Fiori della moda. Al collo porta una
collana di conchiglie.
«Grazie per i libri» le dice Greer toccando lo zaino.
Quel mattino, mentre infilava le ultime cose nella
borsa e la chiudeva, Mahina era entrata con una pila di
libri. «Per la doctora» aveva detto, sistemandoli a uno a
uno sul materasso. Erano i volumi rilegati in pelle color
bordeaux sbiadito, con i titoli in caratteri dorati lungo la
costa, della collezione nell'armadio di vetro dietro la
scrivania. Greer ne prese uno e lo aprì. Charles Robert
Darwin, The Voyage of the Beagle, London, 1839. Impresso
in rilievo:
Ex libris
E.P.B.
Greer fece scorrere le dita lungo la pagina e la rilegatura.
«Li volevi vendere. Sono prime edizioni di Darwin.
Hanno un grande valore. Non posso accettarli.»
«Sono il tuo genere di libro. Quello che piace leggere a te. E sono un regalo. Se tu rifiuti il mio regalo, io rifiuto il tuo.»
«Sei una donna dura» disse Greer.
«Sì» rispose Mahina. «Sono una dura e leggere il tuo
studio mi dà già abbastanza da fare. Non posso leggere
così tanto inglese in tutta la vita.» Lasciò Greer a sistemare
i libri nello zaino e andò a chiamare Ramon per
farsi aiutare a caricare le borse sulla jeep.
Ma Greer non sa cosa pensi Mahina del suo regalo.
Non ha ancora detto niente del viaggio. Dovrà aspettare
notizie da Vicente. Si augura che salga su quell'aeroplano
e dica arrivederci all'isola almeno per un po'.
Vicente comincia a camminare avanti indietro. «Allora...
in Germania» dice. «Sono sicuro che c'è un terreno
adatto al prelevamento dei campioni. Vieni a trovarmi.
Consideralo un viaggio di ricerca.»
«Sai da dove partirai?»
«Dall'inizio. Da Strasburgo. Dove abitava von Spee.»
«Non è in Francia?»
«Soltanto da dopo la guerra. Prima era tedesca.»
«Ho un'amica a Strasburgo che mi piacerebbe andare
a trovare.»
«Allora avrai due amici a Strasburgo.»
Svolge un cono di carta e le porge una margherita solitaria.
«Per la mia botanica preferita.»
«Oh, Vicente.»
«E la margherita, ne sono sicuro, è il fiore che vuol dire "ci vediamo presto".»
«Esattamente» rispose Greer, rattristata dal sentirsi
ricordare in un attimo tutte le loro conversazioni. Come
si fa in fretta, mentre si cerca di fuggire dal passato, a
costruirsene un altro. Mette il fiore dietro l'orecchio.
«Mi mancherai, Vicente. Sei stato meraviglioso.»
«Ci incontreremo ancora. Ne sono sicuro. Lo dice il fiore.»
«Io non discuto mai con i fiori.»
Si rivolge a Mahina e spalanca le braccia. «E tu...»
«Iorana» dice Mahina. «In tutti e due i sensi. Torna da noi, doctora.»
«Un giorno o l'altro tornerò.» È un addio in cui sente
l'eco di tutti gli addii della sua vita. «Tornerò.»
«Tornerai a vedere i moai in piedi.»
Proprio il giorno prima hanno saputo di un nuovo
"progetto di restauro dei moai" della SAAS. Un'équipe di
archeologi francesi trascorrerà un anno sull'isola per restaurare
e riportare alcuni moai sulla costa nella posizione
originaria. Gli isolani nutrono sentimenti contrastanti su
questo progetto, le statue sono cadute da più di duecento
anni e ormai sono tutti abituati a vederle così. Anche
Greer è incerta, le statue raccontano la vera storia dell'isola,
del suo tragico collasso, però anche il nuovo progetto
potrebbe diventare parte della storia: la rinascita.
«Sì» dice Greer. «Verrò a vederli.»
L'hostess della Lan Chile ai piedi della scaletta fa cenno
ai passeggeri di avvicinarsi. Greer abbraccia Vicente
che la bacia sulle guance e sulla fronte e dice semplicemente:
«Strasburgo». Poi Mahina si sfila la collana di
conchiglie e la dà a Greer. «Doctora» dice.
«Eccomi.» Greer prende lo zaino appesantito dai libri
ricevuti in regalo.
Si avvicina alla hostess. E la stessa del volo che l'ha
portata qui, otto mesi prima. Ancora sorridente.
«Iorana. Buenos dias. Salve» dice prendendo il biglietto.
In cima alla scaletta Greer si gira verso Mahina e indica
se stessa che sale sull'aeroplano. «Vedi come è facile?»
grida, e con un ultimo cenno scompare.
Prende il cuscino e lo appoggia dietro il collo. Ha davanti
a sé una lunga giornata e una lunga notte di viaggio.
Santiago. New York. Londra. Reykjavik. Poi il piccolo
aeroplano della spedizione fino a Surtsey, venti
miglia a sud dell'Islanda.
Ha controllato il materiale di cui avrà bisogno per il
nuovo lavoro. L'isola è vulcanica come Pasqua, ma nuova
e incontaminata. Ha soltanto dieci anni. La flora è incorrotta.
I ravastrelli già decorano l'isola con i loro fiori
bianchi e rossi, l'arenaria di mare con le piccole infiorescenze
rosa. Anche mentre lei è lì sull'aeroplano nuovi segni di vita la stanno invadendo. Greer immagina migliaia di spore di felci portate dal vento. Tutte le rubiacee e i convolvoli, tutti i semi portati da creature alla deriva su un pezzetto di legno, trasportate dalla corrente in attesa di mettere radici, di perforare l'oscurità ed emergere alla luce dove li attende una nuova vita.
Le eliche cominciano a girare e l'aeroplano arranca pesante lungo la pista. Greer guarda ancora una volta dal finestrino, ma adesso fuori non c'è nessuno e la vetrata dell'edificio è una macchia confusa. Il sedile vibra quando il
motore spinge il velivolo in alto sulla corrente, e di lì a poco guardando in giù lei vede l'isola scomparire.
Salendo sulle nuvole, sopra l'oceano, l'aeroplano si raddrizza. Lei si guarda intorno: qualche turista americano già dorme. Una giovane coppia di europei, forse tedeschi, si tiene per mano, un'anziana cilena siede accanto a due ragazzine.
Greer prende lo zaino da sotto il sedile e sfila uno dei libri di Mahina. Una copia dell'Origine delle specie. L'appoggia sulle ginocchia e si addormenta.
Qualche ora dopo, su un altro aeroplano, sopra un diverso oceano, Greer si risveglia da un sonno profondo e si rende conto di essere quasi arrivata. Per calmare i nervi apre il logoro libro di Darwin e comincia a leggere.
La legatura di cuoio è morbida, scolorita agli angoli. Le pagine sono stropicciate. C'è una sottolineatura sbiadita, a matita, nel testo, che senza dubbio ne compromette il valore, ma del resto lei non ha alcuna intenzione di vendere questo esemplare di prima edizione.
Trova la dichiarazione che l'ha sempre costretta a fermarsi e riflettere: Nessuno dovrebbe sorprendersi nel vedere quante cose rimangono ancora da spiegare riguardo all'origine delle specie e delle varietà, se ha la dovuta indulgenza per la nostra profonda ignoranza in merito alle relazioni reciproche fra gli esseri che vivono intorno a noi.
E accanto a questo passaggio l'altra lettrice, un'amica invisibile, con grafia inconfondibilmente femminile - le lettere lunghe e arricciate - ha scritto una parola semplice: "Bello".
Greer guarda fuori del finestrino l'isola che emerge.
Lì sotto di lei c'è uno scintillio smeraldino di piante appena germogliate, un uccello dalla grande apertura alare vola aggraziato in cerchio sopra la spiaggia, un fiore bianco occhieggia in un fitto tappeto verde. Ogni cosa 
brilla di desiderio di vivere.
Le sue mani riposano sul libro.
È bello, vero?
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FINE.
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Nota dell'autrice.
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Questa è un'opera di narrativa, benché alcuni dei protagonisti siano ispirati a personaggi storici.
I viaggiatori europei dei secoli diciottesimo e diciannovesimo sono realmente esistiti. Brani dei loro resoconti di viaggio sull'isola di Pasqua sono tratti dalle traduzioni della raccolta curata da John Dos Passos Easter Island: Island of Enigmas. La leggenda del sogno di Hau Maka nell'epigrafe è una compilazione di leggende provenienti da fonti diverse, in particolare da The Eighth Land: The Polynesian Discovery and Settlement of Easter Island di Thomas Barthel.
Graf von Spee era davvero il viceammiraglio tedesco della flotta dell'Est asiatico durante la Prima guerra mondiale e attraccò all'isola di Pasqua prima della battaglia delle Falkland.
Le azioni compiute da von Spee sull'isola sono state tuttavia interamente inventate per le necessità della storia. Graf von Spee Raiders di Keith Yates, Coronel and the Falklands di Geoffrey Bennet e The Long Pursuit di Richard Hough mi hanno fornito le informazioni sugli spostamenti della flotta tedesca. La scena di Tsingtao, quando von Spee apprende dello scoppio della guerra, è una sintesi romanzata di episodi storici diversi.
Per la spedizione intrapresa da Elsa e famiglia mi sono ispirata alla spedizione di Katherine Scorsby Routledge e consorte, avvenuta nel 1914, splendidamente descritta nel suo libro The Mystery of Easter Island. Voglio precisare che i membri della spedizione Routledge non finirono dispersi ma tornarono sani e salvi in Inghilterra.
La storia ecologica dell'isola di Pasqua raccontata nel libro corrisponde alla realtà. La prima indagine completa dei pollini fu iniziata dal dottor John Flenley nel 1977. Nel 1984 John Flenley e Sarah King furono i primi a pubblicare dati che testimoniavano un tempo in cui l'isola di Pasqua era coperta di palme.
Nella mia ricerca due libri in particolare hanno rivestito una grande importanza: The Song of the Dodo di David Quammen, un testo davvero notevole, e Island Life di Sherwin Carlquist, uscito due anni prima che MacArthur e Wilson pubblicassero la monografia che avrebbe formalizzato il campo.
La ricerca sulle angiosperme di Thomas si basa sul lavoro di varie persone che si dedicarono alla ricerca dei pollini di magnolia in quell'era. The Enigma of Angiosperm Origins di Norman F. Hughes mi è stato utile per comprendere l'indagine di Thomas. Mentre scrivo, la magnolia non è più considerata il primo fiore comparso sulla terra. Analisi genetiche svolte negli anni Novanta del secolo scorso hanno stabilito che le prime angiosperme comparse sulla terra sono
Amborellacaea, Nymphaeacaea e Illiciacaea.
Nel 1955 il primo moai è stato riportato nella posizione verticale originaria da Thor Heyerdahl ad Ahu Aturi Huke, nei pressi di Anakena. Ahu Akivi nel 1960 e Ahu Tahai nel 1967 sono stati restaurati da William Mulloy. Ahu Nau di Anakena è stato restaurato da Sergio Rapa Haoa. Fra il 1922 e il 1995 i quindici moai di Ahu Tongariki sono stati riportati nell'originaria posizione verticale da un gruppo composto da membri dell'Università del Cile e giapponesi grazie ai finanziamenti della tadano. Attualmente è di nuovo in posizione eretta soltanto il diciassette per cento delle statue, le altre rimangono esposte ai pericoli dell'erosione. La Easter Island Foundation e altre organizzazioni cercano di raccogliere fondi sufficienti per proteggere e conservare le statue.
Il rongorongo - da dove ebbe origine e il suo significato - rimane uno dei grandi misteri irrisolti dell'isola di Pasqua.
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Ringraziamenti.
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Per i preziosi suggerimenti sul manoscritto vorrei ringraziare Margaret Davis, Sara Hotchkiss e Patricia Sanford. John Flenley, il cui lavoro sui pollini dell'isola di Pasqua ha ispirato la ricerca di Greer, è stato di impagabile aiuto, come pure il suo saggio The Late Quaternary vegetational and climatic history of Easter Island. Un grazie particolare va a Georgia Lee, grande conoscitrice dell'isola di Pasqua, per le sue sollecite risposte alle mie infinite domande.
Maururu a Maria Huke Rapahango e alla sua famiglia per la loro grande ospitalità e gentilezza, e a Ramon Edmunds Pacomio, amico e guida peti etahi di Rapa Nui.
Per il tempo concessomi per scrivere questo libro sono profondamente debitrice al James McCreight Fellowship del Wisconsin Institute for Creative Writing e al Colgate University Creative Writing Fellowship. Un ringraziamento particolare
a Peter Balakian, Frederick Busch, Linck Johnson, Jesse Lee Kercheval, Leila Philip e Ron Wallace.
Nel corso del tempo ho avuto la fortuna di incontrare diversi insegnanti straordinari: Robert Stone, Caroline Rody, Barry Hannah, Stuart Dybek ed Ethan Canin.
Per l'amicizia, i consigli, la pazienza e tutto il resto: Emile Baratta (che ha letto il libro più volte di quanto un amico sarebbe tenuto a fare), Justin Cronin, Leila Hatch, Aimee Nezhukumatathil e Richard Powers. Per il loro tempo, l'energia, l'instancabile incoraggiamento: Margo Lipschultz, Patrick Merla e Johanna Tani.
Un milione di grazie alla mia straordinaria editor Susan Kamil. E grazie a Irwyn Applebaum, Nita Taublib e alla meravigliosa équipe della Bantam Dell. E ultimo, ma non meno importante, questo libro non sarebbe stato scritto senza Maxine
Groffsky, agente straordinaria e molto altro ancora.
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FINE.